- Non può vincere la nomination senza ribaltare la volontà dei delegati elettivi, cosa che le alienerà il favore di molti Democratici
- Non può vincere la nomination senza una sanguinosa battaglia in convention, dopo cui, anche in caso di vittoria, la storia e molti Democratici la giudicheranno negativamente.
- Recuperare nel numero di voti non è fuori questione - ma senza una ripetizione del voto in Florida e Michigan sarà impossibile come recuperare nel numero di delegati elettivi.
- Nancy Pelosi e altri leader del partito non credono che lei possa vincere e vogliono che si ritiri.
- L'abile staff di Obama può fare cose come rifiutare silenziosamente la ripetizione del voto in Michigan e Florida senza pagarne un prezzo politico.
- Molti dei suoi sostenitori - e anche alcuni dei suoi collaboratori - sarebbero sollevati se lei decidesse di ritirarsi. Alcuni pensano che dovrebbe gettare la spugna a giugno se dovesse essere evidente che continuare a lottare danneggerebbe Obama in vista delle elezioni presidenziali.
- Nonostante la storia del Reverendo Wright, i media preferiscono ancora Obama - e questo ha un grosso impatto.
- Obama non sarà tanto bravo a parlare di nuova economia globale, ma non lo è neanche lei (e neanche McCain)
- Molti dei maggiori superdelegati rimasti preferiscono Obama, e lei li sta a malapena trattenendo dal fare un annuncio pubblico.
- Lei non può dire pubblicamente più del 2% di tutte le cose che vorrebbe dire su razza, eleggibilità, esperienza e possibilità di battere McCain.
- Se in qualche modo riuscisse a vincere la nomination, dovrebbe per forza offrire la vicepresidenza a Obama, e non vuole farlo.
- Queste sono le elezioni del cambiamento, e Bush-Clinton-Bush-Clinton non può essere un vero cambiamento.
- Obama si diverte parecchio, lei no
- Anche se la sua campagna sta attraversando il momento migliore da molto tempo a questa parte, non c'è nessuno del suo staff che, se solo ne avesse mezza opportunità, non taglierebbe la gola al manager Mark Penn - e questi dissidi interni non le saranno di aiuto.
sabato 5 aprile 2008
Alcune cose dolorose che la Clinton sa - o dovrebbe sapere
I candidati commemorano Martin Luther King
Il 4 aprile 1968, Martin Luther King venne ucciso mentre era affacciato ad un balcone del Lorraine Motel di Memphis, poco prima di guidare una marcia.
A 40 anni dall'omicidio, i tre candidati ancora in corsa per la Casa Bianca hanno commemorato il Reverendo, con un occhio - ovviamente - al voto degli afro-americani.
John McCain si è recato personalmente a Memphis, e fuori dal Lorraine Motel si è scusato per essersi opposto, in passato, ad introdurre una festività dedicata a King, assicurando il suo impegno futuro in questo senso.
McCain ha anche dichiarato di tenere in grande considerazione il voto degli afro-americani, assicurando che farà campagna elettorale anche in quei luoghi che i Repubblicani solitamente evitano pur sapendo "che non otterrò la maggioranza del voto nero". Ha spiegato che dal 1983, quando votò contro l'introduzione di una festività per MLK, ha cominciato a studiare l'opera del Reverendo "Ho imparato che quest'uomo ha rappresentato una figura trascendente nella storia americana, merita di essere onorato.
Barack Obama ha spiegato che il suo discorso sul razzismo si va ad inserire nel solco tracciato da King "Con la fede, il coraggio, e la saggezza, Martin Luther King ha mosso un'intera nazione. Ci sono state molte discussioni sull'eredità del Reverendo King, ed è giusto che le discussioni si concentrino sulle questioni razziali - perchè c'è stato un tempo in cui uomini e donne comuni hanno sfidato ciò che ritenevano sbagliato e hanno perfezionato la nostra unione. E lo hanno fatto perchè il Reverendo King li ha ispirati". Obama ha poi ricordato che, quel 4 aprile 1968, King si preparava a marciare per i diritti dei lavoratori e contro la povertà "e quando è stato ucciso, nel cuore della nazione si è aperta una ferita che deve ancora essere sanata". "Ovviamente, oggi non potrei essere dove sono, se non fosse stato per Martin Luther King".
Hillary Clinton non ha parlato direttamente di Martin Luther King, ma ha colto l'occasione per annunciare che, se eletta, creerà un ministero con lo specifico compito di combattere la povertà, un provvedimento che è stato a lungo proposto da Martin Luther King III, figlio del Revedendo. "Dobbiamo sconfiggere la povertà in America, e questo gabinetto si concentrerà su questo tema. E' una soluzione per cui il figlio del Reverendo King si è battuto a lungo"
venerdì 4 aprile 2008
Sondaggio: l'America è pronta per un presidente nero
McCain compila la lista dei possibili vice
"Vorrei farlo il più rapidamente possibile. So che, vista la mia età, questa è una decisione molto importante" ha detto il Senatore, 71 anni.
McCain ha detto ai reporter che la ricerca del vice potrebbe richiedere settimane, se non mesi. La sua scelta è "ad uno stato embrionale, potrebbe essere uno qualsiasi dei circa 20 nomi della lista".
Ha detto di volersi muovere in fretta, ricordando il caso del 1988, quando George H. Bush nominò Dan Quayle all'ultimo momento utile per sfruttare l'elemento sorpresa.
"Quayle non era preparato ad alcune delle questioni che avrebbe dovuto affrontare" ha spiegato McCain, senza dare colpe a Quayle.
Parlando con i reporter, McCain non ha dato dettagli sulla sua ricerca "Abbiamo appena cominciato a compilare la lista e ad esaminare i nomi. Se avessi delle preferenze personali, le direi prima della convention per evitare quegli errori che ho visto fare in passato".
McCain parla spesso con calore dei suoi avversari alle primarie, l'ex Governatore dell'Arkansas Mike Huckabee e l'ex Governatore del Massachusetts Mitt Romney. Quest'ultimo in particolare, dopo alcune settimane di tentennamento, ha appoggiato McCain, si è detto disponibile a fargli da vice e ha viaggiato con lui negli ultimi giorni in campagna elettorale.
Ci altri Governatori tra i papabili: Tim Pawlenty del Minnesota, Charlie Crist della Florida (nella foto con McCain), Haley Barbour del Mississippi, Mark Sanford della South Carolina e Jon Huntsman Jr. dello Utah.
E' però possibile che McCain segua una strada insolita puntando all'imprenditoria. Per esempio Frederick Smith, capo della FedEx. Un altro nome è quello di Robert Portman dell'Ohio, esperto di bilancio dell'amministrazione Bush.
giovedì 3 aprile 2008
Il discorso di Obama sul razzismo
Il discorso ha ottenuto una eco e un consenso unanimi tra i Democratici (e indispettito molti Repubblicani), tanto da portare nel giro di poche ore all'endorsement dell'ispanico Bill Richardson.
Ecco i passi principali del discorso che, qualora Obama dovesse diventare Presidente, sarà ricordato come una tappa fondamentale sulla via dell'elezione.
La Clinton si è detta "felice" che Obama abbia affrontato l'argomento. John Kerry ha elogiato il discorso affermando che, da afro-americano, Obama è la persona maggiormente in grado di colmare il divario tra le razze. Claire McCaskill ha invece affermato "Per la prima volta, credo, un politico di colore ha parlato agli americani non come una vittima ma come un leader"."Sono il figlio di un nero del Kenya e di una bianca del Kansas, e non dimenticherò mai che in nessun altro paese della Terra sarebbe possibile una storia come la mia. E' una storia che ha fatto di me un candidato non convenzionale. Ma è la storia che mi ha convinto dell'idea che questa nazione è più della semplice somma delle parti - di tutti, noi siamo una cosa sola.
[...] Ecco dove siamo ora, in uno stallo razziale, fermi da anni. Contrariamente a quanto pensano molti miei detrattori, non sono così ingenuo da pensare che possiamo superare le nostre divisioni solo con delle semplici elezioni, o con una candidatura, soprattutto con una candidatura imperfetta come la mia.
Possiamo accettare una politica che genera divisioni, conflitti e cinismo, ma se lo facciamo non cambierà mai nulla. In queste elezioni, possiamo unirci e dire "Non questa volta".
Il problema è che i commenti fatti in queste ultime settimane, e i temi che
sono emersi,riflettono la complessità della questione razziale in questo paese,
che non abbiamo mai risolto - una parte della nostra unione che deve ancora
essere perfezionata. [...] La rabbia non è produttiva, anzi, troppo spesso
distrae l'attenzione dal risolvere i veri problemi. Ma la rabbia è reale, è
potente. Semplicemente desiderare che non ci sia, condannarla senza capire le
sue radici può servire solo ad aumentare il baratro di incomprensioni esistente
tra le razze."
L'ex Speaker Repubblicano alla Camera Newt Gingrich ha invece giudicato il discorso di Obama "fondamentalmente disonesto" per il modo con cui ha glissato su Wright.
Ancora in gioco
La Clinton è ben conscia delle difficoltà che deve affrontare nella battaglia contro Barack Obama. Sa che più si avvicina la convention Democratica, più i dissapori tra i due candidati minano le possibilità di Obama di vincere le elezioni presidenziali. rafforzando l'immagine dei Clinton come di una coppia malevola che farebbe di tutto per vincere, anche a danno del proprio partito.
Ma per i Clinton, ritirarsi è fuori discussione. "La mia famiglia non è molto brava nel tirarsi indietro" ha detto Bill Clinton in West Virginia il 26 marzo. Quando la Clinton chiude gli occhi, vede John McCain trionfare a novembre contro Obama, in una gara che lei crede di poter vincere. Come tutti i candidati competitivi, la Clinton è certa di di essere meglio del rivale, e si sente obbligata nei confronti dei suoi supporter ad andare avanti. "La gente che mi sostiene sicuramente non vuole finirla qui" ha detto al TIME mentre era in Pennsylvania "Mi dicono sempre che vogliono andare avanti. Vogliono che continui a lottare".
Che i sostenitori della Clinton la vogliano ancora in corsa è fuori di dubbio. Ma è anche irrilevante. Ed è per questo che la senatrice subisce la pressione di chi vuole che spieghi perchè ha deciso di andare avanti anche durante l'estate, a dispetto dell'insormontabile vantaggio di Obama tra i delegati elettivi "Per fare in modo che la tua decisione non sia vista da tutti come il comportamento di una persona che non sa perdere" ha detto un importante esponente Democratico "devi spiegare come intendi vincere. Ma nessuno può chiarire questo punto".
Infatti, le possibilità di una rimonta della Clinton sono remote. Anche se vincesse in maniera convincente le primarie del 22 aprile in Pennsylvania, e riuscisse a cavalcare l'onda della vittoria superando Obama anche in Indiana e North Carolina il 6 maggio, molto probabilmente resterebbe ancora alle spalle del rivale nella conta dei delegati. La notizia che nè Florida nè Michigan organizzaranno nuove primarie è un altro duro colpo per la Clinton.
Ma la Clinton non solo intende rimanere in corsa, lei e i suoi consiglieri stanno approntando una strategia che ritengono possa portare alla nomination. Si tratta essenzialmente di convincere i superdelegati che è troppo rischioso concedere una chance a Obama, che lei è l'unico candidato che può battere McCain. E' una mossa azzardata. Può funzionare ma, come molti Democratici si chiedono, a quale costo?
La questione del vincitore delle primarie non è di solito una cosa soggettiva. C'è un processo, complesso, attraverso cui i candidati conquistano delegati; dopo che l'ultimo stato ha votato, si conteggiano i delegati e chi ne ha di più vince la nomination. Quest'anno non è così. I due principali candidati hanno guadagnato entrambi un vasto numero di delegati, trovandosi in una situazione in cui nessuno dei due può realisticamente raggiungere il quorum richiesto per la nomination.
Vista questa insolita situazione, la Clinton ha colto l'occasione per spostare il focus non sui numeri ma sui sentimenti: chiedere ai superdelegati di prendere una decisione soggettiva riguardo il candidato con più possibilità di conquistare la Casa Bianca. Il primo elemento a suo favore è demografico "Le donne sono la maggioranza del mio elettorato" ha spiegato la Clinton al TIME "e vado forte tra gli ispanici, così come tra gli anziani. Dobbiamo ancorarci al nostro elettorato negli stati che dobbiamo conquistare, e credo di essere in una buona posizione per farlo".
C'è anche un'altra questione delicata, ovvero il fatto che Obama è pericolosamente debole in alcuni settori chiave. La Clinton ha sollevato la questione riguardo la capacità di Obama di di conquistare il voto delle classi operaie bianche in stati come Ohio e Pennsylvania e degli ispanici in New Mexico e Colorado - tutti stati in bilico e che probabilmente decideranno le presidenziali.
Poi c'è sempre la questione dell'esperienza. La Clinton pensa che il sostegno di Obama sia in larga parte un miraggio - una massa di illusi che lo potrà portare alla nomination, ma che non basterà a vincere le elezioni generali, quando l'incantesimo sarà spezzato dalle domande riguardo la sicurezza nazionale, la politica economica e l'esperienza.
Ma questo aargomento è diventato un boomerang in queste ultime settimane, quando la Clinton si è trovata sulla difensiva riguardo la sua esperienza da First Lady. E con imbarazzo ah dovuto ammettere che un viaggio in Bosnia nel 1996 è stato molto meno pericoloso e drammatico di quanto aveva voluto far credere.
Rimane perciò la speranza di trovare uno o due scheletri nell'armadio di Obama, in modo tale da renderlo impresentabile a novembre.
Sono queste tattiche a preoccupare maggiormente i Democratici, anche quelli non schierati. "Il problema" ha detto uno di loro "dell'idea che possa apparire misteriosamente qualcosa che metta fuori gioco Obama, è che l'unico modo in cui potrebbe misteriosamente apparire è se saranno i Clinton a farlo. Perciò la cosa che dovrebbe convincere la gente che Barack Obama non può vincere deve venire da Bill o Hillary Clinton.
Questo non sembra scoraggiare la senatrice. Un confidente ha detto "Questa donna non si tira mai indietro. Nè lei nè suo marito". Perciò non aspettatevi che questa corsa finisca presto.
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mercoledì 2 aprile 2008
Vademecum: i delegati, la convention e i candidati ritirati
Questo è un segreto di Pulcinella nel già fallato sistema delle primarie Democratiche, e nessuno ci ha mai fatto caso perchè finora i nominati avevano sempre ottenuto un largo consenso, e c'era stato un accordo non scritto tra i candidati per rispettare il volere dell'elettorato.
E' successo in diverse occasioni che un candidato in svantaggio provasse a convincere i delegati del front-runner a cambiare idea, ma l'ultima volta risale al 1980, quando Ted Kennedy provò in questo modo a superare Jimmy Carter, inutilmente.
I collaboratori della Clinton hanno negato di fare pressioni sui delegati, ma hanno lasciato capire che se si andrà ad una convention aperta, punteranno anche su di loro per incrementare il bottino della senatice.
Vediamo quindi cosa prevede il regolamento delle primarie per i delegati elettivi:
I delegati pledged non sono obbligati a sostenere alla Convention il candidato per cui sono stati eletti. I delegati vanno alla Convention con il compito di sostenere un particolare candidato, e una volta lì si presume che rispetti l'impegno preso con l'elettorato, ma non è vincolato a farlo. Ovviamente un cambiamento di posizione deve essere ben giustificato e non è accaduto quasi mai, tuttavia le Delegates Selection Rules dicono, testualmetne, che i delegati devono "in buona coscienza, riflettere il sentimento di chi li ha eletti", e perciò il cosiddetto "switch" deve avvenire solo per fondate ragioni, ad esempio quando l'immagine e l'eleggibilità di un candidato viene seriamente compromessa (da scandali o gaffe, ad esempio) tra le primarie e la convention. Questa regola fa sì che la Convention sia un organismo deliberativo e non solo ratificativo, e che prenda atto dei cambiamenti che possono avvenire nei mesi che passato tra il voto negli stati e le Presidenziali.
Un'altra questione riguarda i delegati dei candidati che si sono ritirati dalla corsa. Se un candidato si ritira dopo che gli sono stati ufficialmente assegnati dei delegati, può mantenere questi delegati e dare loro un indicazione di voto (che però non è vincolante) oppure lasciare loro libertà di scelta. Se i delegati sono stati eletti ma non ufficialmente assegnati dalla convention statale prima del ritiro del candidato, verranno assegnati ai candidati ancora in gara (es. in Iowa, John Edwards aveva ricevuto dei delegati dai caucus, ma si è ritirato prima della convention e quindi alcuni dei suoi delegati sono andati a Obama).
L'ultima questione regolamentare riguarda Michigan e Florida. I due stati hanno due possibilità per essere rappresentati alla Convention
1- Possono fare appello alla Convention Credentials Committee, che determina e risolve ogni questione pendente riguardante i delegati. Il comitato si riunisce tra luglio e agosto.
2- I due stati possono scegliere di ripetere il processo di selezione, in un modo da decidersi assieme al DNC, ma devono farlo entro il secondo martedì di giugno.
Guida alla scelta del vicepresidente
La giornalista Katie Couric della CBS ha condotto un'inchiesta tra i pezzi da 90 di entrambi i partiti per svelare i dietro le quinte della ricerca.
L'ex capo dello staff di Ronald Reagan, Ken Duberstain, ha detto che il ruolo del vicepresidente è quello di agire come "uno sherpa, una guida. Ci sono quattro prove che un vicepresidente deve superare, le quattro C: competenza, chimica, credibilità e compatibilità"
martedì 1 aprile 2008
Una nuova soluzione per il Michigan
Trascinandosi verso Denver
Kennedy adottò tutte le tattiche possibili per seminare zizzania tra Carter e i suoi delegati e convincere questi ultimi a non seguire il loro vincolo, una strategia che al tempo stesso funzionò fin troppo bene ma non abbastanza bene. Kennedy conquistò la maggior parte dei delegati unpledged e indecisi, ma la nomination andò a Carter.
L'immagine emblematicadi quella convention è una foto che raffigura Kennedy e Carter sul palco del Madison Square Garden: Carter è voltato verso Kennedy e aspetta un gesto di unità, ma Kennedy gli dà le spalle e va nella direzione opposta.
Non è concepibile che i Democratici vogliano ripetere questo spettacolo a Denver. E' vero che Obama e la Clinton non sono separati dalle divisioni ideologiche di Carter e Kennedy, ma proprio per le molte affinità fra loro, è maggiore la tentazione di creare divisioni su basi razziali o di genere.
La buona notizia è che una dura battaglia convention si può prevenire: tutti sanno che uno scenario così drammatico va evitato. La cattiva notizia è ciò che non si può prevenire: che la lotta vada avanti fino a giugno. Anche senza arrivare alla convention, la traiettoria di queste primarie può distruggere le aspirazioni presidenziali del partito.
I Democratici non sono famosi per avere una razionalità degna di Spock, ma persino loro capiscono che bisogna evitare una convention fallimentare.
C'è un movimento in atto, quello dei superdelegati verso il probabile vincitore. "Penso che una volta che avremo la conta finale dei delegati, le cose si risolveranno velocemene" assicura il rappresentante Chris Van Hollen. Questo vuol dire che i Democratici non aspetteranno molto dopo il 3 giugno, ma anche che non ci sono chances di risolvere la questione prima, come invece vorrebbero molti leader come Nancy Pelosi, spaventati dalla possibilità che i superdelegati risultino decisivi.
Il problema è che ogni giorno che la Clinton e Obama passano ad attaccarsi, è un giorno che avvicina John McCain alla Casa Bianca.
I Democratici dovrebbero sfruttare le tensioni tra McCain e la base conservatrice dei Repubblicani, sottolineando le affermazioni anti-cattoliche e omofobiche del pastore evangelista John Hagee, che appoggia il senatore. Dovrebbero ridicolizzare il suo cambiamento di posizione sulla riforma fiscale di Bush.
Invece avviene tutto il contrario: i legami di McCain con la destra rimangono nascosti, mentre i panni sporchi dei Democratici vengono lavati in pubblico.
Alla fine di febbraio, un sondaggio Gallup dava Obama in vantaggio di 15 punti su McCain tra gli indipendenti. Il 6 marzo, McCain era avanti di dieci punti - prima delle polemiche sul Reverendo Wright - e anche la Clinton aveva perso 15 punti tra gli indipendenti.
Se McCain dovrà affrontare Obama, avrà un altro vantaggio: se la vedrà con un candidato indebolito dagli stessi Democratici.
In una dichiarazione, la Clinton per attaccare Obama ha esaltato l'esperienza di McCain. Questo è stato percepito da molti - e da entrambi gli schieramenti - come un'ammissione che McCain sarebbe un presidente migliore di Obama. Una bomba atomica elettorale.
D'altronde è fatale che, quando la campagna diventa insolitamente lunga, non ci sia altro da fare che attaccare il diretto rivale. E' per questo che Nancy Pelosi ha stretto un patto informale con i colleghi, per intervenire direttamente se i toni dovessero inasprirsi ancora di più. Ma questo patto ha un difetto: se i leader non possono intervenire prima che sia avvenuto un serio danno, quando interverranno il danno sarà già fatto.
Peggio ancora, ogni missile che colpisce l'obiettivo distrugge anche chi lo ha lanciato. Ad esempio, l'unico modo con cui la Clinton può conquistare i superdelegati e ottenere la nomination è distruggere la credibilità di Obama. Ma così facendo scoraggerà gli elettori afro-americani dal votarla a novembre, e Hillary non può pensare di battere McCain senza un forte sostegno nero a Cleveland, Detroit o Philadelphia.
Sfortunatamente per chi vuole che la gara finisca presto, ci sono numerosi intoppi. Hillary dovrebbe farsi da parte, un'eventualità altamente improbabile in ogni caso, ma specialmente con i casi di Michigan e Florida ancora in ballo. E nel frattempo lei potrebbe recuperare in stati come l'Indiana o la North Carolina.
Per riassumere: lo scenario più ottimistico dipende da presupposti altamente improbabili, e resta comunque difficile, e ugualmente trascinerebbe lo scontro per altre sei brutali settimane.
Il sogno non è ancora morto, ma ha visto giorni migliori.