giovedì 17 luglio 2008

Obama: il mio piano per l'Iraq

In un editoriale sul New York Times, Barack Obama spiega la sua posizione riguardo la guerra in Iraq.

La richiesta da parte del Primo Ministro Nuri Kamal Al-Maliki di stabilire una tabella di marcia per il ritiro delle truppe americane dall'Iraq presenta un'enorme opportunità. Dovremmo cogliere l'attimo e iniziare il graduale ridimensionamento delle nostre forze armate che io ho a lungo invocatoe che è necessario per un successo sul lungo periodo in Iraq e per la sicurezza degli Stati Uniti.
In questa campagna elettorale le differenze sull'Iraq sono profonde. A differenza del Senatore John McCain, io mi sono opposto alla guerra prima ancora che iniziasse, e da Presidente la porterei a conclusione. Pensavo sin dall'inizio che fosse un greave errore farci distrarre dalla lotta contro Al Qaeda e i talebani invadendo un paese che non rappresentava un'imminente minaccia e non aveva niente a che fare con gli attacchi dell'11 settembre. Da allora più di 4000 americani sono morti e abbiamo speso circa 1 trilione di dollari. Quasi tutte le minacce che dobbiamo fronteggiare - dall'Afghanista ad Al Qaeda all'Iran - si sono fatte più pericolose.

Nei 18 mesi da quando il Presidente Bush ha annunciato un incremento delle truppe, i nostri soldati si sono comportati eroicamente per tenere basso il livello della violenza. Le nuove strategie hanno protetto la popolazione irachena, e le tribù sunnite hanno rigettato Al Qaeda, diminuendone il potere.
Ma sono veri anche quei fattori che mi hanno portato a contrastare questo aumento delle truppe. E' cresciuta la tensione fra i nostri militari, la situazione in Afghanistan si è deteriorata e abbiamo speso quasi 200.000 milioni di dollari in più di quanto avevamo previsto per l'Iraq. I leader iracheni hanno fallito nell'investire decine di migliaia di milioni di dollariin petrolio per ricostruire il loro paese, e non hanno raggiunto la stabilità politica che era l'obiettivo dell'aumento delle nostre truppe.

La buona notizia è che i leader iracheni vogliono assumersi la responsabilità del loro paese negoziando un piano di ritiro. Intanto il Generale James Dubik, l'ufficiale incaricato di istruire le forze di sicurezza irachene, stima che l'esercito e la polizia in Iraq sarà pronta ad assumersi l'incarico della sicurezza entro il 2009. Solo riducendo il nostro impegno possiamo spingere gli iracheni ad arrivare ad una piena transizione prendendosi la responsabilità della sicurezza e della stabilità del loro paese. Invece di cogliere l'attimo ed incoraggiare l'iniziativa dell'Iraq, l'amministrazione Bush e il Senatore McCain rifiutano di abbracciare questa transizione - a dispetto dei loro precedenti impegni a rispettare le volontà del governo iracheno. Loro chiamano ogni piano di ritiro una "resa", anche se in questo modo consegneremmo l'Iraq a un governo sovrano.

Ma questa non è una strategia per il successo, è una strategia di permanenza che va contro la volontà degli iracheni, degli americani e contro gli interessi degli Usa. Ecco perchè, nel mio primo giorno da Presidente, darò all'esercito una nuova missione: mettere fine a questa guerra.
Come ho detto in molte occasioni, dobbiamo essere cauti a ritirarci dall'Iraq, quanto siamo stati avventati ad entrarci. Dobbiamo ridurre le truppe ad un ritmo tale da completare il ritiro in 16 mesi. Sarebbe a dire l'estate del 2010, due anni da ora, e più di sette anni dall'inizio della guerra. Dopo questo ritiro, residue truppe in Iraq sarebbero assegnate a missioni specifiche: dare la caccia a residui terroristi di Al Qaeda nella zona, proteggere i cittadini americani e istruire le forze di sicurezza irachene fino a quando il governo locale non avrà fatto sufficienti progressi. Questo non sarebbe un precipitoso ritiro.
Nel perseguire questa strategia, avremo inevitabilmente bisogno di fare aggiustamenti tattici. Come ho spesso detto, mi consulterei con i comandanti sul campo e con il governo iracheno per assicurarmi che le nostre truppe si ritirino in sicurezza. Li ritireremo prima dalle aree sicure e poi dalle altre. Ci impegneremo in missioni diplomatiche per conto del governo iracheno con gli altri paesi dell'area, e stanzieremo 2 mila milioni di dollari per sostenere i rifugiati.
Mettere fine alla guerra è essenziale per raggiungere i nostri obiettivi strategici, a partire da Afghanistan e Pakistan, dove i talebani e Al Qaeda hanno trovato un'oasi sicura. L'Iraq non è il fronte centrale per la lotta al terrorismo, e non lo è mai stato. Come ha recentemente detto l'ammiraglio Mike Mullen, non avremo risorse sufficienti per finire il lavoro in Afghanistan finchè non ridurremo il nostro impegno in Iraq.
Per questo, da Presidente, manderei almeno due battaglioni da combattimento in più in Afghanistan. Non danneggerei le nostre forze armate proseguendo l'errore di tenere basi permanenti in Iraq.

In questa campagna, ci sono oneste differenze sull'Iraq, e dovremmo discuterne con lo scrupolo dovuto. A differenza del Senatore McCain, chiarirei assolutamente che non è nostra intenzione mantenere una presenza fissa in Iraq come abbiamo fatto in Sud Corea, e che ritireremmo le nostre truppe per concentrarci su un più ampio piano di sicurezza. Ma per troppo tempo, i responsabili del più grande errore strategico della storia recente degli Usa hanno ignorato ogni utile discussione preferendo lanciare false accuse di resa e di flip-flop.
Stavolta non funzionerà. E' tempo di mettere fine a questa guerra.

Barack Obama

mercoledì 16 luglio 2008

Karl Rove: Obama usa i metodi dei Repubblicani

di Karl Rove (Wall Street Journal)

Per essere una campagna che intende mettere fine alla politica degli anni di Bush-Cheney, la campagna elettorale di Obama ha preso molta ispirazione dalle strategie di Bush-Cheney del 2000 e del 2004.
Tanto per cominciare, Obama ha ammesso al New York Times che il suo personale "esercito della persuasione" prende esempio dal "Victory Commitee" che ha sponsorizzato Bush-Cheney porta a porta nel 2000 e nel 2004. Questi sforzi hanno portato milioni di volontari a registrare, convincere e far votare.

Saggiamente, l'enfasi organizzativa di Obama vuole evitare gli errori dei Democratici nel 2000, quando l'appello di Donna Brazile per una maggiore attenzione verso le iniziative della base fu largamente ignorato dall'alto comando di Gore. Evita anche gli errori del 2004, quando i Democratici consegnarono la loro organizzazione al gruppo 527 di George Soros. Questo utilizzò 76 milioni di dollari per assumere più di 45.000 impiegati di call center - presi soprattutto dalle agenzie di lavoro interinale - per registrare e spingere gli elettori a votare. Era il modello sbagliato, gli indecisi si fanno influenzare più facilmente da persone socialmente vicine piuttosto che da anonimi impiegati al minimo salariale.
Come Bush, Obama ha capito l'importanza di Internet per persuadere, comunicare e organizzare. Una delle armi segrete di Bush nel 2004 erano i circa 7 milioni e mezzo di indirizzi e-mail, di cui 1 milione e mezzo di volontari. Alcuni di loro organizzarono dei "seggi virtuali" usando il web per registrare e organizzare famiglie e amici in tutto il paese. La tecnologia offre oggi a Obama possibilità anche più ampie.
Obama sta cercando di imitare il programma di "microtargeting" del Gop, che usa potenti strumenti analitici e ampie banche dati di informazioni sulle famiglie per convincere gli elettori. Un'altra somiglianza con la campagna di Bush del 2004 è la tecnica della risposta rapida. Le accuse e gli attacchi ricevono sempre risposta, la campagna è incessantemente in fase offensiva, usando ogni canale di comunicazione.

La campagna di Obama ha anche copiato la strategia di Bush di allargare la mappa elettorale. Nel 2000 Bush puntò non solo sulle tradizionali roccaforti, ma anche sulla West Virginia (che aveva votato Repubblicano per l'ultima volta nel 1928), Tennessee (la patria di Al Gore), Arkansas (la patria di Bill Clinton), Washington e Oregon.
Sperando in un sorpasso da qualche parte, Obama vuole costringere McCain a stare sulla difensiva. Per questo si sta organizzando in Virginia, North Carolina, Georgia, South Carolina, Indiana, Nebraska, Montana, Alaska e North Dakota. E dove Bush puntò su latini, afro-americani, ebrei e cattolici per diminuire il distacco con i Democratici, Obama corteggia evangelici e veterani con spot e propaganda per diminuire i margini dal Gop.
Però ci sono dei problemi. I collaboratori di Obama ammettono che il loro scopo è contringere McCain a spendere tutti i suoi soldi. Per avere successo, un bluff deve essere credibile. In posti come il Nebraska o il North Dakota, Obama non può contare su temi locali - come fece Bush nel 2000 usando la crisi del carbone in West Virginia - per ottenere una vittoria inattesa. L'organizzazione da sola non basta. E mettere i soldi di Obama in Texas, per esempio, per vincere i cinque seggi alla Camera, farà sì che i Repubblicani del Texas lavorino duro e spendano soldi - non McCain.
I Democratici non avevano lo stesso numero di volontari del Gop. Nelle primarie, Obama ha mosso orde di volontari in tutti gli stati, ma a novembre sarà diverso. I volontari che sono bastati per cinque mesi, non basteranno per comptere contemporaneamente in 50 stati più DC in un solo giorno.

Ma il problema più grande di Obama è che, quando si passa al concreto, segue l'esempio non di George W. Bush ma di un altro Repubblicano. Nel 2000, Bush vinse le elezioni sugli stessi temi e sulle stesse posizioni con cui aveva vinto le primarie. Non ha mai ripudiato il passato, non ha mai cambiato idea.
Invece Obama ha seguito l'esempio di Richard Nixon, accarezzando le ali estreme del partito nelle primarie e passando aggressivamente al centro per le presidenziali.
Nelle primarie, Obama ha sostenuto il ritiro dall'Iraq in 16 mesi, il divieto del porto d'armi, la rinegoziazione del Nafta, si è opposto alla riforma del welfare e alla pena di morte. Ma nelle ultime settimane Obama ha cambiato posizione su tutti questi temi, abbandonando le idee liberal per altre più moderate.
Seguendo l'esempio di Nixon, Obama può forse pensare di evitare le critiche degli elettori, ma rischia la sua reputazione. La credibilità di un candidato, una volta persa, è molto difficile da recuperare, anche se ha una grande organizzazione.

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martedì 15 luglio 2008

Obama musulmano sulla copertina del New Yorker

Infuria la polemica per la copertina dell'ultimo numero del settimanale "The New Yorker", che ritrae una vignetta in cui Barack Obama appare vestito in abiti islamici mentre sue moglie Michelle, nello Studio Ovale con appeso un ritratto di Bin Laden, ha un mitra a tracolla e fa bruciare la bandiera americana nel caminetto.
La vignetta, opera di Barry Blitt e intitolata "La politica della paura", è stata accolta da condanne bipartisan. "Il New Yorker può pensare, come ci ha riferito un membro dello staff, che la copertina sia una satira delle critiche che arrivano da destra al Senatore Obama" ha detto il portavoce del Democratico "ma i lettori la giudicheranno offensiva e di cattivo gusto. E noi siamo d'accordo".
Anche da parte di John McCain è arrivata una dura condanna alla copertina: il portavoce Tucker Bonds ha detto "Siamo completamente d'accordo con le posizioni di Obama".

Il mensile, che peraltro è di tendenze liberal, ha dichiarato che la copertina intende "riunire le fantasiose immagini che si ahnno di Obama, per mostrarle come le distorsioni della realtà che in effetti sono. La bandiera che brucia, i vestiti islamici, il ritratto sul muro? Tutti questi elementi riecheggiano una calunnia piuttosto che un'altra. La satira è parte di ciò che facciamo, e serve per far uscire le cose allo scoperto, per mettere alla berlina le assurdità. E questo è lo spirito della cover" recita il comunicato della rivista.
Su Internet la vicenda sta suscitando reazioni contraddittorie. I supporter di Obama protestano contro la scelta della rivista, ma molti esponenti dell'ala sinistra dei Democratici - come il celebre blog HuffingtonPost - concordano sul fatto che la copertina rappresenti una satira contro la "politica della paura" messa in atto da molti oppositori di Obama. E i musulmani americani sono offesi per il modo in cui Obama prende le distanze dalle accuse di essere stato vicino all'Islam.

lunedì 14 luglio 2008

Sondaggi: la leadership di Obama arretra

L'ultimo sondaggio in ordine di tempo di Newsweek fa segnare una pesante battuta d'arresto per Obama, il cui netto vantaggio su McCain sembra sfumare, limitandosi a soli 3 punti, 44% contro il 41%. Un cambiamento molto netto rispetto all'analogo sondaggio di Newsweek del mese di giugno, secondo cui Obama conduceva per 15 punti, 51 a 36.
Questo arretramento si verifica in un momento strategicamente critico per ogni candidato: sconfitta Hillary Clinton all'inizio di giugno, Obama si è dovuto riposizionare a beneficio del più ampio elettorato, un compito sempre difficile ma in modo particolare per chi, come Obama, è arrivato alla nomination dopo una lunga campagna elettorale. Il calo nei consensi è dovuto in buona parte al cambiamento di posizioni su alcune questioni chiave come l'Iraq o il finanziamento pubblico ai partiti: il 53% degli intervistati (e il 50% degli ex sostenitori della Clinton) ritengono che Obama lo abbia fatto per ottenere un vantaggio politico.
I sostenitori di Obama temono invece che gli sforzi del candidato nel corteggiare la sua ex rivale Hillary Clinton, e i grandi finanziatori negli eventi pubblici, possa danneggiare irrimediabilmente il suo proposito di portare un nuovo modo di fare politica.
Questo è particolarmente vero per quelle fasce di elettorato che avevano puntato su Obama in quanto outsider al di fuori dei giochi della "vecchia politica": tra gli indipendenti, ora McCain conduce per 41 a 34, mentre a giugno Obama era avanti per 48 a 36.

I sondaggisti di Newsweek sono in difficoltà nello spiegare un così rapido cambiamento nel giro di poche settimane, tanto da mettere in dubbio la veridicità del sondaggio del 20 guigno.
In particolar modo il settimanale non si spiega il motivo della crescita di McCain. Gli attacchi diretti a Obama non hanno mai dato l'idea di andare a segno, e le proposte di McCain in tema energetico gli hanno fruttato attenzione dai media solo a sprazzi. In più il Repubblicano ha dovuto affrontare un serio rimpasto nel suo staff, e polemiche con il suo partito. Inoltre il gradimento di Bush è sempre al minimo storico, il 28%.

Il 55% degli intervistati ha un'opinione favorevole di McCain - soprattutto a causa della sua storia personale - il 32% ha un'opinione negativa. Quasi identici i risultati per Obama, 56 a 32.
A dispetto del calo di consensi, il sondaggio evidenzia molti punti di forza per il Democratico. I sostenitori della Clinton che dicono di voler votare McCain sono scesi al 17%. Il 61% degli elettori di Obama dicono di sostenerlo "fortemente", contro il 39% che sostiene "fortemente" McCain. Quattro anni fa, in questo periodo, solo il 53% dei Democratici sosteneva "fortemente2 John Kerry.
McCain però ha la leadership tra i bianchi, 48 a 36. Il sondaggio evidenzia che è ancora diffusa una certa ignoranza riguardo la religione di Obama, visto che il 12% degli intervistati ritiene che Obama abbia giurato sul Corano per la sua elezione in Senato, il 26% ritiene sia stato educato come musulmano e il 39% pensa sia andato in una scuola islamica in Indonesia, tutte accuse false.

Qui i risultati completi del sondaggio.

domenica 13 luglio 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1980

A partire dalla sua elezione nel 1976, Jimmy Carter aveva dovuto affrontare situazioni molto difficili sia sul fronte interno che su quello estero. La bassa crescita economica sperimentata già dall'inizio del decennio si trasformò in recessione. Le difficoltà in politica estera si aggravarono e fruttarono agli Usa dei nuovi nemici. La situazione degenerò esattamente un anno prima delle elezioni, durante la rivoluzione islamica dell'Ayatollah Kohmeini in Iran. Il 4 novembre 1979 tutti i membri dell'ambasciata americana a Teheran, tra cui alcuni civili impiegati nelle aziende di Ross Perot, vennero presi in ostaggio come ritorsione per l'asilo politico dato dagli Usa allo Scià di Persia. Ogni tentativo di mediazione fu inutile, e Carter venne visto come un leader debole e incapace, e i suoi indici di gradimento già bassi scesero al 28%, sfiorando quelli di Nixon e Truman.


A fronte di una simile situazione, all'interno del partito Democratico la conferma di Carter come candidato alla presidenza appariva tutt'altro che scontata. Nell'estate del 1979 Carter lanciò un appello per l'unità, e alcuni dei possibili rivali decisero di appoggiarlo. Non fu così per Ted Kennedy, che inaspettatamente annunciò la sua candidatura alle primarie. Dopo il rifiuto di correre nel 1972 e nel 1976, ormai messosi alle spalle l'incidente di Chappaquiddick, il terzo Kennedy sembrava in grado di vincere, e i sondaggi gli assegnavano il doppio dei consensi di Carter. Si candidò anche il Governatore della California Jerry Brown, già rivale di Carter nelle primarie del 1976.
Inizialmente la crisi iraniana sembrò giovare a Carter, perchè gli americani si strinsero attorno al loro leader riportando il suo gradimento al 60%. Oltretutto Kennedy fu piuttosto vago nello spiegare il suo programma e il motivo della sua candidatura, e il vantaggio nei sondaggi scese rapidamente.
Sfruttando l'iniziale consenso seguito alla crisi, Carter sconfisse Kennedy in tutti i primi stati, guadagnando una decisa leadership. A giugno però l'approvazione per Carter tornò a scendere, per il prolungarsi della crisi, e Kennedy rientrò in gioco. Alla fine delle primarie Carter era in netto vantaggio ma non aveva la maggioranza assoluta, e Kennedy rifiutò di ritirarsi.
La convention di New York fu una delle più difficili nella storia dei Democratici e degli Usa, per l'ultima volta uno dei due candidati (in questo caso Kennedy) provò a far passare dalla sua parte i delegati vinti dall'avversario. Kennedy non riuscì nel suo intento, e solo il penultimo giorno della convention concesse la nomination a Carter, con un discorso in cui chiedeva una svolta liberal al Presidente. Nel discorso conclusivo, Carter si riferì a Hubert Horatio Humphrey, da poco scomparso, chiamandolo Hubert Horatio Hornblower (personaggio di una saga di romanzi d'avventura).
La chiusura della convention sancì ulteriormente la spaccatura nel partito, simbolizzata dalla foto dei due rivali sul palco: Carter cerca di stringere la mano a Kennedy, che gli volta le spalle e lo ignora.


In casa Repubblicana, l'ex Governatore della California Ronald Reagan era il grande favorito per la nomination, dopo averla sfiorata quattro anni prima. Il vantaggio iniziale di Reagan nei sondaggi era talmente ampio che il direttore della sua campagna elettorale decise di saltare tutti i dibattiti all'inizio della campagna. Tuttavia l'ex direttore della CIA e Presidente del partito, George H. Bush, puntò tutto su questi eventi da cui Reagan era assente e cominciò a crescere vertiginosamente nei sondaggi.
Nel primo voto, i caucus in Iowa, Bush sconfisse Reagan e ottenne il "momentum". La lotta fra i due candidati fu piuttosto aspra e toccò il culmine in un dibattito in New Hampshire, a cui Bush inizialmente rifiutò di partecipare impedendolo di fatto anche a Reagan. Alla fine il dibattito di fece e Bush non riuscì ad emergere. Pur perdendo cinque stati, Reagan conquistò il Sud grazie al suo piano di rilancio dell'economia, basato sul principio che la crescita finanziaria va creata usando incentivi per la produzione di servizi, abbassando le tasse ed effettuando tagli alla spesa pubblica. Bush definì questo programma "economia voodoo", perchè per la prima volta si proponeva di abbassare le tasse e aumentare gli introiti al tempo stesso.
Reagan ottenne senza problemi la nomination, e chiese all'ex Presidente Gerald Ford di fargli da vice. Ford chiese un posto nell'amministrazione per Henry Kissinger e Alan Greenspan, senza ottenerlo. Alla fine Reagan scelse George Bush come suo n.2.


John Bayard Anderson, moderato uscito sconfitto dalle primarie Repubblicane, si presentò in opposizione alle politiche conservatrici di Reagan. Altri candidati alle elezioni del 1980 furono Ed Clark per il Libertarian Party, David McReynolds per il Partito Socialista, Barry Commoner per il Citizens Party e Gus Hall per il Partito Comunista.
La campagna elettorale di Reagan fu condotta all'insegna dell'ottimismo per la rinascita economita, e con la promessa di avviare una politica estera più aggressiva. Jimmy Carter enfatizzò i suoi sforzi in favore della pace e accusò il rivale di voler mettere a repentaglio i i diritti civili e sociali.
Reagan promise il pareggio di bilancio in tre anni, il taglio del 30% delle tasse nello stesso periodo e il blocco dell'inflazione. Durante un discorso disse la famosa frase "La recessione è quando il tuo vicino perde il lavoro. La depressione è quando tu perdi il tuo. La ripresa è quando Jimmy Carter perde il suo". Reagan commise anche molte gaffe in campagna elettorale - come quando affermò che gli alberi causano inquinamento - che diedero l'impressione di un candidato "fuori controllo", anche a causa dell'età avanzata.
Tuttavia Carter fu penalizzato dal continuo peggioramento dell'economia e dal proseguimento della crisi in Iran, con bandiere americane bruciate ogni giorno in diretta televisiva senza che si trovasse una soluzione (Ross Perot era riuscito a salvare i suoi dipendenti solo organizzando a sue spese una spedizione di recupero). I sondaggi stabilirono che Reagan e Carter erano i candidati con gli indici negativi più alti mai registrati, ed erano praticamente appaiati.
La svolta si ebbe nel secondo dibattito, una settimana prima del voto. Reagan apparve più deciso e convincente di Carter - che fece una gaffe dicendo di essersi consultato con sua figlia di 12 anni riguardo le armi nucleari - e la sua frase di chiusura del dibattito fu ciò che, a detta di molti, gli consegnò la vittoria "State meglio adesso o quattro anni fa?", chiese agli spettatori. I sondaggi che davano un piccolo vantaggio a Carter, si rovesciarono in favore di Reagan.
Le elezioni si tennero il 4 novembre. Il ticket Reagan-Bush sconfisse Carter-Mondale con quasi dieci punti percentuali di vantaggio, 50,7% contro il 41%. Anderson ottenne il 6,6%, il risultato fino a quel momento più alto per un esponente di un terzo partito. Reagan conquistò 44 stati e 489 Grandi elettori, contro gli appena 6 stati più DC e i 49 Grandi elettori del Presidente uscente. La sconfitta di Carter fu la più ampia per un presidente in carica dai tempi di Herbert Hoover contro F.D. Roosevelt nel 1932. Eletto a 69 anni e 9 mesi, Reagan è ad oggi il Presidente Usa più anziano al momento del primo mandato.
Reagan entrò in carica il 20 gennaio 1981. Poche ore dopo il suo giuramento, venne firmato un accordo con l'Iran e gli ostaggi americani furono finalmente rilasciati.

sabato 12 luglio 2008

Wesley Clark esce dalla lista di Obama

di David Paul Kuhn (Politico)

A più di una settimana dalla controversa apparizione nella trasmissione "Face the Nation", l'ex generale Wesley Clark si è preso una pausa dalla campagna elettorale, e in molti pensano che sia il segno che Clark è uscito dalla lista di possibili vice di Barack Obama.
Nella trasmissione della CBS News, Clark aveva dichiarato che l'esperienza militare di John McCain - e i suoi anni da prigioniero di guerra - non lo rendeva necessariamente qualificato per fare il Presidente. A seguito di questo, un noto blog liberal ha lanciato una durissima campagna contro il Repubblicano, con lo slogan "A parte essere torturato, cosa ha fatto McCain per eccellere come militare?".
"In una scala da 1 a 10, le parole di Clark sono state un 10 in termini di danno per Obama" ha detto un esperto insider Democratico rimasto anonimo.
Inizialmente Clark ha difeso le sue frasi, aggiungendo che "E' evidente che McCain è ancora da testare sugli argomenti di sicurezza nazionale".
Ma adesso l'ex comandante della NATO e candidato alle primarie del 2004 ha deciso di mettersi alle spalle le polemiche, annunciando una pausa dalla campagna elettorale per dedicarsi ai suoi affari personali.
Il suo portavoce ha anche detto che l'impegno di Clark per Obama non voleva dire che l'ex generale stesse cercando un posto nella prossima amministrazione.
Lo staff di McCain ha cercato di coinvolgere Obama nella polemica, invitandolo a prendere le distanze da Clark e "lasciarlo a casa". Obama non si è spinto così in là, limitandosi a dire "ovviamente le frasi di Clark non rispecchiano in nessun modo il mio pensiero". Successivamente ha definito "sprovvedute" le parole di Clark. Obama ha fatto capire di non volersi spingere più in là per non indispettire l'ala sinistra del partito che supporta Clark, e che ha lanciato una campagna di stampa affinchè le parole dell'ex militare non vengano distorte.

Le impressionanti credenziali di Wesley Clark in sicurezza nazionale e politica estera lo rendono (rendevano?) uno dei candidati più adatti per affiancare Obama. Ted Devine, stratega di Kerry nel 2004, dice che Obama ha bisogno dell'appoggio di persone come Clark, e sminuisce l'impatto delle parole del generale "va considerato il contesto in cui sono state dette". Una posizione condivisa dal partito.
Queste le parole testuali "Per me McCain è un eroe" ha detto alla CBS "ma devo dire che non ha nessuna esperienza esecutiva. La squadra aerea che comandava in Vietnam, non era uno squadrone di guerra. Non ha ordinato di sganciare bombe. Non ha partecipato a riunioni con i diplomatici" Il conduttore Bob Schieffer ha ribattuto "Ma neanche Barack Obama ha mai avuto simili esperienze". La risposta di Clark: "Beh, non credo che guidare un aereo in guerra ed essere abbattuto ti renda qualificato per fare il Presidente".

Devine, che 4 anni fa si trovava dall'altra parte della barricata dovendo difendere Kerry dagli attacchi del gruppo "Veterans for Truth", nega ogni somiglianza tra i due casi, perchè "le frasi di Clark non fanno parte di un'offensiva organizzata come quella ai danni di John Kerry".

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venerdì 11 luglio 2008

I conservatori si preparano a combattere alla convention

Nella migliore tradizione Repubblicana, l'ala dei conservatori si prepara a dare battaglia agli alleati di John McCain alla convention del Gop a settembre. Scopo dei conservatori è far recedere il candidato dalle sue posizioni sul riscaldamento globale, ricerca sulle cellule staminali e finanziamento ai partiti, ovvero i punti su cui McCain è maggiormente distante dalle posizioni ufficiali del partito.
Nell'ultimo anno McCain si è adoperato con tutti i suoi mezzi per cercare di colmare il divario tra le varie anime del partito, proponendosi come il candidato di tutti, ma non è riuscito a convincere a fondo i conservatori. McCain non ha ancora anticipato su quali punti concreti sarà disposto a venire a patti con l'ala conservatrice, e c'è chi teme che possa sottoscrivere alla convention una piattaforma (il manifesto comune di partito e candidato) allineata alle politiche di Bush. Paradossalmente questa ipotesi spaventa più i conservatori che i sostenitori di McCain, perchè una concessione così ampia non potrebbe mai essere rispettata "Sappiamo bene che McCain ha posizioni diverse su questi argomenti" spiega Jessica Echard, direttore dell'Eagle Forum, un gruppo di interesse conservatore "perciò vogliamo sapere in concreto come vorrà affrontare questo problema".
Uno scontro sulla piattaforma potrebbe essere una macchia sulla convention Repubblicana, una delle poche occasioni in cui il Gop potrà competere con la macchina mediatica messa in piedi da Obama. Ma la battaglia sembra inevitabile. Su 100 pagine della attuale piattaforma del Gop, Bush è citato in 9 pagine. Per molti è troppo poco, per altri è troppo, visto che Bush ha degli indici di gradimento negativi quasi quanto quelli di Nixon. La possibilità di una totale riscrittura della piattaforma è vista come uno scenario da incubo.
Ken Blackwell, del Family research Council, prevede che McCain e i conservatori si comporteranno ragionevolmente adoperandosi per il bene comune del partito, ma intanto gli attivisti come la Echard hanno annunciato che saranno a Minneapolis-St. Paul con due settimane di anticipo rispetto alla convention per assicurarsi che la piattaforma rispecchi i principi conservatori.

Uno dei possibili punti di scontro è l'immigrazione. McCain, come già Bush, vorrebbe un permesso temporaneo per tutti gli immigrati irregolari che hanno un lavoro, ma i conservatori vedono questo provvedimento come un'amnistia mascherata.
Un altro punto è l'ambiente. Attualmente la piattaforma dedica solo uno striminzito paragrafo al riscaldamento globale, in contrasto con l'impegno di McCain, che ha fatto dell'argomento uno dei suoi cavalli di battaglia. McCain vuole porre un limite alle emissioni di gas serra e vuole un nuovo protocollo che sia firmato da USA, Cina e India, provvedimenti contrastati dai conservatori, che sperano che McCain nella piattaforma si concentri soprattutto sull'energia nucleare e sulla ricerca di petrolio lontano dalle coste. In ogni caso, la piattaforma andrà riscritta su questi punti.
I conservatori intendono dare battaglia anche sull'aborto, nonostante McCain sia anti-abortista. Le passate posizioni del Repubblicano - più averte verso la libertà di scelta - portano la Echard a dire che i conservatori chiederanno a McCain di impegnarsi solennemente a non cambiare neanche un comma nella sua piattaforma sull'aborto.
Inoltre McCain dissente dagli anti-abortisti sul tema della ricerca sulle cellule staminali, che lui approva. L'attuale piattaforma è allineata sulle posizioni di Bush (permettere una limitata gamma di ricerche senza fondi statali), mentre McCain vorrebbe permettere una ricerca completa.
Anche sulla guerra in Iraq, un punto che teoricamente non dovrebbe creare problemi, i conservatori potrebbero dare battaglia. McCain ha chiarito di voler adoperare una nuova strategia, ma i conservatori sono pronti a contrastarlo - se dovesse allontanarsi dalle posizioni di Bush - come rappresaglia per le mancate concessioni sugli altri temi.

Fonte: Washington Post

giovedì 10 luglio 2008

Jesse Jackson insulta Obama e si scusa

Jesse Jackson, storico attivista dei diritti dei neri, pur sostenendo Obama non hamai mancato l'occasione per muovergli critiche. Lo scorso autunno, quando Obama aveva appoggiato la condanna esemplare comminata a sei studenti neri colpevoli di aver pestato un compagno bianco in Louisiana, Jackson lo aveva accusato di "comportarsi come un bianco".
Dopo la vittoriosa cavalcata delle primarie le critiche si erano placate, ma pochi giorni fa Jackson, parlando con alcuni amici e non accorgendosi che nelle vicinanze c'era una troupe giornalistica con dei microfoni accesi, si è lasciato andare a considerazioni molto dure nei confronti di Obama. Tra le altre cose lo ha accusato di "parlare con condiscendenza e superiorità" ai neri, aggiungendo anche "vorrei tagliargli le palle". La frase è andata è stata catturata per errore dai microfoni di Fox News, rimasti accesi dopo un'intervista, ed è andata in onda in diretta.

Negli ultimi due giorni Jackson è apparso praticamente in tutte le trasmissioni giornalistiche dei grandi networl per scusarsi pubblicamente e affermare che le sue critiche erano riferite solo ad un recente discorso di Obama, rinnovandogli il suo appoggio. Jackson si è scusato per aver espresso su di lui commenti molto "volgari". "Mi scuso per qualsiasi danno o disagio possa essere stato provocato da questa mia conversazione privata. Il mio sostegno alla campagna del senatore Obama è sempre profondo, completo ed inequivocabile", ha detto Jesse Jackson alla Cnn, durante la conferenza stampa appositamente convocata.
Jesse Jackson Jr., figlio del revedendo e suo erede nella lotta per i diritti civili, ha decisamente preso le distanze dall'illustre genitore "Amo mio padre, ma rifiuto decisamente queste frasi. Mi sento offeso e deluso per queste discutibili dichiarazioni. I suoi insulti al candidato Democratico - che spero sarà il nostro prossimo Presidente - contraddicono la sua coraggiosa carriera".
Il portavoce di Obama, Bill Burton, ha fatto sapere che "senza alcun dubbio Barack Obama accetta le scuse del Reverendo Jackson".

I sondaggi del 4 luglio sorridono a Obama

di David Paul Kuhn (Politico)

E' un'assioma delle presidenziali quello di ignorare i primi sondaggi. Ma non è detto che questa tradizione sia corretta.
Nel dopoguerra, i sondaggi Gallup presi a ridosso del giorno dell'Indipendenza si sono rivelati corretti nell'individuare il vincitore del voto popolare per due terzi delle volte, 10 volte su 15, secondo l'analisi di Politico.

L'ultimo sondaggio Gallup del 2 luglio che mostra Obama in testa per 47 a 43 su McCain, sembra il più storico degli ostacoli per i Repubblicani. E' però anche vero che il vincitore delle presidenziali era in svantaggio nei sondaggi Gallup per 4 volte nelle 5 ultime elezioni. I sondaggi Gallup hanno fallito nel 1968, 1988, 1992, 2000 e 2004.

Ecco una rassegna dei sondaggi Gallup di mezza estate.

2004: Kerry 46% - Bush 44% (23-21/6)
John Kerry aveva un vantaggio risicato ma costante nonostante alcune gaffe recenti. Ma gli attacchi che lo avrebbero affondato erano ancora di là da venire.

2000: Bush 45% - Gore 36% (23-25/6)
Un analogo sondaggio CNN/Gallup dava a Bush un vantaggio ancora più ampio: 52 a 39. Ma quel vantaggio evaporò rapidamente, e Al Gore vinse il voto popolare, perdendo la presidenza solo a causa dei Grandi elettori.

1996: Clinton 51% - Dole 35% (27-30/6)
Nonostante il solido vantaggio, Clinton vinse le presidenziali con meno del 50% di voti, lasciando a Carter il record di essere l'unico Democratico a conquistare la maggioranza assoluta. La decisione di Dole di dimettersi da Senatore per avvalorare la sua campagna presidenziale gli diede solo pochi punti di vantaggio. Clinton vinse con l'8% di distacco.

1992: Bush 32% - Clinton 31% - Perot 28% (9-10/7)
Il sondaggio suggeriva il testa a testa "a tre" che si sarebbe poi verificando, sovrastimando Perot. Altri sondaggi di giugno davano Perot in testa e Clinton terzo.

1988: Dukakis 47% - Bush 41% (8-10/7)
A fine luglio, dopo la convention Democratica, Dukakis arrivò ad avere 17 punti di distacco. Poi tutto andò in frantumi: a novembre l'immagine di Dukakis era diventata quella di un liberal elitario che sosteneva la libertà per gli assassini. Bush vinse per 7 punti di distacco.

1984: Reagan 50% - Mondale 40% (29/6 - 2/7)
Già a questo punto Mondale sapeva che avrebbe perso. Un sondaggio Gallup della settimana prima assegnava a Reagan 16 punti di vantaggio - il distacco con cui avrebbe vinto. Reagan conquistò 49 stati, ripetendo la vittoria record di Nixon nel 1972.

1980: Reagan 40% - Carter 38% (24/6)
Reagan alla fine vinse con un margine maggiore, vicino ai 10 punti, con un 6% per John Anderson.

1976: Carter 49% - Ford 28% (22/6)
A dispetto del distacco di giugno, Ford riuscì quasi ad ottenere una clamorosa vittoria. Gallup la chiamò "la più grande rimonta nella storia dei sondaggi". Ma Ford non riuscì a farsi perdonare per il perdono dato a Nixon, e Carter vinse con 2 punti di distacco.

1972: Nixon 42% - McGovern 31% - Wallace 19% (13/6)
Nixon vinse con il doppio del distacco del sondaggio di giugno - 23 punti - dandogli una vittoria record.

1968: Humphrey 34% - Nixon 32% - Wallace 17% (26/6 - 1/7)
Il "nuovo Nixon" tornò nel 1968 risorgendo a nuova vita politica in un'elezione contraddistinta da drammi e sconvolgimenti. La corsa rimase incerta fino alla fine, quando Nixon vinse con meno di 1 punto di distacco.

1964: Johnson 74% - Goldwater 19% (25-30/6)
Barry Goldwater alla fine ottenne il doppio dei consensi rispetto al sondaggio, ma fu una magra consolazione per i conservatori in quello che alla fine fu un trionfo per Johnson.

1960: Kennedy 46% - Nixon 41% (28/6)
Un sondaggio successivo vedeva Kennedy ancora più forte, con 18 punti di distacco. ma Nixon rimontò e a ottobre Gallup rifiutò di prevedere il vincitore. Alla fine Kennedy vinse con 2 punti di distacco.

1956: Eisenhower 58% - Stevenson 36% (10/7)
Alla fine Eisenhower vinse per "soli" 15 punti di distacco nella rivincita del match di quattro anni prima.

1952: Eisenhower 56% - Stevenson 34% (10/7)
Ike avrebbe mantenuto la leadership fino alla fine, vincendo con 11 punti di distacco. Eisenhower corse come l'eroe di guerra che voleva combattere in Corea, mentre Stevenson iniziò a diventare una caricatura liberal.

1948: Truman 40% - Dewey 39% (14/7)
Un analogo sondaggio degli stessi giorni dava Truman avanti di tre punti. In un'elezione contraddistinta dai sondaggi sbagliati, Gallup diede Dewey al 49,5% il giorno prima delle elezioni. Ma alla fine Truman vinse con 5 punti di distacco.

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mercoledì 9 luglio 2008

Da sinistra attacchi alla carriera militare di McCain

di Ben Smith (Politico)

L'argomento caldo di questa nuova fase della campagna elettorale potrebbe non essere l'età, il sesso o la razza, ma la carriera militare di McCain. La scorsa settimana lo staff di McCain ha replicato con durezza alle frasi di Wesley Clark, ex generale dell'esercito e sostenitore di Obama, il quale aveva affermato che il passato del Senatore come veterano e prigioniero di guerra non lo rendeva necessariamente qualificato per la presidenza. Obama si è scusato, definendo McCain "un vero eroe americano", ma gli attacchi continuano a circolare non solo da sinistra, ma anche tra i conservatori.
McCain è stato accusato di aver compiuto crimini di guerra bombardando civili, e un noto blog liberal lo ha accusato di tradimento per essere comparso in filmati di propaganda dei vietcong durante la prigionia ad Hanoi "Essere abbattuto, catturato e torturato e poi fare propaganda per il nemico non è esperienza di comando" ha scritto John Aravosis su Americablog.com.

McCain ha ribattuto ripetendo ciò che ha raccontato già varie volte, a partire dalla sua autobiografia "Faith of my fathers", ovvero la storia dettagliata della sua prigionia tra torture e umiliazioni nel cosiddetto "Hanoi Hilton". Dopo numerose torture, partecipò a filmini di propaganda "Ogni uomo ha un punto di rottura: lì raggiunsi il mio" ha scritto McCain nella sua biografia. E comunque in seguito rifiutò di incontrare una delegazione di attivisti no-war.
Obama non ha mai specificamente attaccato McCain sul tema, ma altri Democratici lo hanno fatto. Lo scorso aprile, il Senatore John Rockefeller IV ha duramente contestato l'operato del Repubblicano come pilota, e il giornalista Doug Valentine ha raccontato che McCain sarebbe arrivato a pensare al suicidio perchè si stentiva un "criminale di guerra".
Ma non sono solo i Democratici: McCain (come già John Kerry nel 2004) è nel mirino di diverse associazioni di veterani, e di parenti di prigionieri di guerra, perchè da Senatore si è sempre espresso contro l'ipotesi di inviare truppe per verificare la possibile presenza di prigionieri americani ancora vivi in Vietnam negli anni '90.
McCain e Kerry sono stati accusati da queste associazioni di essere ciarlatani, e in particolar modo il Repubblicano è stato definito "The Manchurian candidate", in riferimento all'omonimo film in cui si parla di un falso eroe di guerra.
Sul noto blog HuffingtonPost il giornalista Jeffrey Klein ha accusato McCain di tenere secretati alcuni particolari della sua carriera militare, che non metterebbero in buona luce le sue azioni.

Tra i sostenitori di Obama ci sono però molti dubbi sul fatto che questa linea di attacco possa rivelarsi fruttuosa. Facendo una ricerca nella community del sito web di Obama http://my.barackobama.com/, solo in due post McCain viene attaccato per la sua carriera militare.
Il noto linguista e politologo Noam Chomsky ha scritto che gli americani dovrebbero chiedersi se le torture subite da McCain in una guerra ingiusta siano un argomento rilevante in campagna elettorale.
Aravosis non si è scusato per le sue critiche e ha ricordato che non sono una novità "McCain si candida alla Presidenza degli Usa, non al consiglio scolastico. Dovrebbe smetterla di fare l'offeso e cominciare invece a rispondere a legittime domande. I Repubblicani presero in giro John Kerry per le ferite subite in Vietnam. Qui invece nessuno sta prendendo in giro McCain, gli stiamo solo rivolgendo delle domande".
E Tom Hayden, collega di McCain al senato ed ex attivista no-war, arriva a spingersi più in là
"Stimo McCain, ma dal mio punto di vista il fatto che abbia bombardato qualcosa come 25 volte il Vietnam, probabilmente uccidendo dei civili, va considerato assieme al fatto che è stato catturato e torturato".

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martedì 8 luglio 2008

Obama diventa attendista sull'Iraq

Nel tentativo di conquistare i voti dei moderati, e di allinearsi alle notizie positive che arrivano dal Medio Oriente, Obama inizia ad allontanarsi dalle sue posizioni iniziali sulla guerra in Iraq. Il suo programma prevedeva inizialmente che il primo atto da presidente sarebbe stato dare il via al ritiro delle truppe, da completare al massimo entro 16 mesi, mentre la Clinton era più attendista e intendeva avviare il ritiro in accordo con il governo iraqeno.
Ma già durante le primarie la consigliera per la politica estera Samantha Power (quella che si è dovuta dimettere per aver definito Hillary "un mostro") aveva affermato che Obama non si sarebbe fatto legare le mani dalle posizioni prese in campagna elettorale qualora il quadro fosse cambiato.
Riaspetto allo scorso invero, effettivamente il quadro è un po' cambiato. Nonostante le violenze e l'anarchia continuino a prevalere, la violenza e il numero dei morti militari e civili sono al livello più basso degli ultimi 4 anni, giungono segnali credibili di riconciliazione tra gli sciiti al potere e i gruppi sunniti opposti ad Al Qaeda, mentre il ricostruito esercito iracheno si concede, con l'aiuto alleato, perfino la riconquista di Bassora.
In questo scenario, gli attacchi di McCain - che lo accusa di volersi arrendere e di rinunciare alla concreta possibilità di vittoria - rischiano di fare molto male, ed ecco che Obama apre alla possibilità di una diversa soluzione.
"Dobbiamo essere tanto prudenti nel lasciare il paese quanto siamo stati imprudenti nell'andarci" Obama ribadisce che metterà fine alla guerra in Iraq, ma parlando del suo imminente viaggio in Medio oriente sottolinea che andrà ad ascoltare i comandanti militari per capire come il ritiro si possa fare in modo sicuro e in tempi corretti. "Sono sicuro che sul campo raccoglierò ulteriori informazioni e potrò così definire meglio la mia politica" ha detto il Senatore, che nei mesi scorsi aveva evitato di polemizzare con il Generale Petraeus, comandante delle truppe Usa in Iraq, che si era espresso in favore del piano di McCain.
I piani del ritiro entro 16 mesi rimangono, ma la nuova parola d'ordine è "flessibilità", che lascerebbe un più ampio spazio di manovra a Obama se venisse eletto. D'altrone il aprile uno dei suoi consulenti politici, Colin Kahl, ha scritto un memorandum che proponeva che gli Usa lasciassero nella regione da 60 a 80 mila soldati, fra cui unità speciali anti-terrorismo, una parte delle quali dovrebbero essere però dislocate in Kuwait, pronte a rientrare in caso di crisi. Si tratterebbe di meno della metà delle truppe attuali, e con compiti diversi, ma comunque troppe per quei Democratici che osannano Obama come colui che metterà fine alla guerra in Iraq.

John McCain ha ovviamente colto al volo l'occasione per attaccarlo duramente: "Fin dall'inizio della sua campagna nel 2007 - si legge in un comunicato- il punto centrale del programma di Obama era l'impegno a ritirare immediatamente le truppe dall'Iraq. Ora ha cambiato radicalmente posizione adottando quella di McCain e dimostrando che per lui le parole non contano. Ci congratuliamo con lui per aver cambiato idea, certo se fosse andato in Iraq prima avrebbe cambiato la sua posizione da tempo".
Successivamente Obama si è fermato a parlare con i giornalisti per chiarire il suo punto di vista "Questa è la stessa posizione che avevo quattro mesi fa ed è la stessa posizione che avevo otto mesi fa e dodici mesi fa. Nel mio primo giorno da presidente convocherò una riunione di tutti i comandanti per dire loro che la missione è cambiata: mettere fine a questa guerra.

Nel frattempo al miglioramento in Iraq fa da contraltare la ripresa delle violenze in Afghanistan, con un numero record di feriti tra i militari statunitensi, l'evasione in massa di centinaia di terroristi e la riorganizzazione di Al Qaeda e dei Talebani.
Obama, che ha sempre visto l'Afghanistan come il fronte più importante di guerra, ha dichiarato che ha intenzione di spostare in Afghanistan i militari fatti ritirare dall'Iraq, per avviare una rapida operazione contro le forze talebane.
McCain invece continua a ritenere l'Afghanistan come un fronte secondario rispetto all'Iraq, e che i talebani e Al Qaeda debbano essere contrastati dalle forze NATO e dal governo pakistano

lunedì 7 luglio 2008

McCain in cerca di un rilancio

Gli ultimi sondaggi, anche quelli più favorevoli, non possono non preoccupare il Gop. Anche se era prevedibile un exploit di Obama all'indomani del conseguimento della nomination, la facilità con cui il Democratico è balzato in testa a tutti gli indici di gradimento ha superato le attese. Non va dimenticato che McCain ha conquistato la nomination con più di tre mesi di anticipo, e ha potuto fare campagna elettorale indisturbato mentre Obama e la Clinton giocavano a distruggersi a vicenda. Un enorme e irripetibile vantaggio che però McCain sembra non aver sfruttato a dovere. Per correre ai ripari, McCain ha effettuato un rimpasto nel suo staff, in cerca di un rilancio che sia il più rapido possibile, esattamente a metà strada tra la conquista della nomination e le elezioni di novembre.
Dopo aver compiuto un viaggio in Sudamerica presso i leader amici di Washington (sempre meno, per la verità) McCain passerà le prossime settimane parlando di economia, e ripetendo quei concetti che finora sembrano essere passati inosservati.
L'obiettivo è quello di cercare un messaggio convincente che faccia breccia negli elettori, ciò che è mancato di più finora. L'abilità di tenere viva per un intero ciclo di notiziari una storia è vista come una delle chiavi per il successo nella politica moderna, come dimostra anche Obama.
L'esempio più lampante degli errori nella campagna di McCain si può notare dal modo in cui ha gestito il suo annuncio in favore del trivellamento nel Golfo del Messico: lunedì ha indetto una conferenza stampa all'ultimo minuto per dire che aveva cambiato idea sull'argomento e per annunciare un intervento il giorno successivo, non riuscendo quindi a sfruttare l'onda lunga causata dalla notizia.
Il giorno dopo ha ripetuto la sua proposta davanti ad un'associazione di petrolieri texani, una pessima associazione, soprattutto verso gli ambientalisti. In più, lo stesso giorno Bush ha espresso il suo favore per la stessa linea. I Democratici hanno quindi avuto gioco facile nell'accostare McCain al presidente in carica.

McCain ha finora adottato una politica vecchio stile, ma sembra si sia convinto che è ora di cambiare, anche se non è facile.
Le lunghe conversazioni con gli spettatori negli incontri in giro per l'America, le chiacchierate con i giornalisti passando da un argomento all'altro, l'impossibilità di fissarsi su un unico obiettivo sono caratteristiche innate di McCain, e i suoi collaboratori dovranno trovare il modo di conciliare questi due modi di fare politica.
Finora, il tipico "town hall meeting" di McCain è consistito in un discorso inaugurale standard riguardante un po' tutti gli argomenti. D'ora in poi in ogni città McCain seguirà un copione scritto concentrandosi sull'argomento del giorno. Risponderà poi alle domande dell'auditorium, ma anche in quel caso continuerà a rimanere focalizzato sull'argomento caldo.
Infine, sul charter su cui McCain effettua i suoi spostamenti, il candidato potrà conversare con i reporter, una caratteristica che lo differenzia da Obama.

Per quanto riguarda il rimpasto nella campagna, il ruolo di responsabile è passato a Steve Schmidt, già consigliere di Bush-Cheney nel 2004 e di Schwarzenegger.
Il suo predecessore Rick Davis, pur mantenendo nominalmente il ruolo, si occuperà dei progetti a più lunga scadenza, come i discorsi alla convention.
Schmidt ha avviato un processo di centralizzazione del potere, assumendo nuovi responsabili statali e nazionali e accentrando su di sè le decisioni importanti.

domenica 6 luglio 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1976

Poco dopo la rielezione a Presidente nel 1972, Richard Nixon venne coinvolto sempre più irrimediabilmente nello Scandalo Watergate. Alcuni impiegati del comitato per Nixon, tra cui un agente della CIA in pensione, avevano intercettato e derubato documenti del DNC per favorire i Repubblicani. La Casa Bianca liquidò inizialmente il fatto come "furto di terz'ordine", e in un primo momento il Presidente non fu toccato. Quando però il processo ai responsabili del furto mis in luce un quadro più complesso, i giornalisti del Washington Post Leonard Woodward e Carl Bernstein, grazie alla loro fonte "Gola Profonda" (il vicedirettore dell'FBI Mark Felt, come si scoprì nel 2005), diedero il via ad un'inchiesta che coinvolse i più alti livelli. Dopo il rirovamento di registrazioni che attestavano il tentativo di Nixon di insabbiare la vicenda con l'aiuto della CIA, la Camera diede il via alla procedura di impeachment per il Presidente, che preferì dimettersi prima di essere deposto, il 9 agosto 1974. Il suo vicepresidente originario, Spiro Agnew, si era dovuto dimettere un anno prima sostituito da Gerald Ford, che subentrando a Nixon divenne il primo (e finora unico) Presidente USA a non essere mai stato eletto neppure come vice.


Le primarie Democratiche partirono senza un favorito, dopo che Ted Kennedy per la seconda volta rifiutò di correre. Dopo il rodaggio del 1972, il sistema delle primarie in tutta la nazione entrò a pieno regime, con regole univoche, ma quasi nessun candidato capì l'importanza di un tale sistema, che richiedeva la candidatura in tutti gli stati. Ne approfittò l'ex Governatore della Georgia Jimmy Carter, quasi sconosciuto a livello nazionale, che si presentò in tutti gli stati puntando a vincere le prime sfide accreditandosi come front-runner. Fu il candidato più votato in Iowa e vinse in New Hampshire, dimostrando di poter vincere anche al Nord. Al Sud sconfisse George Wallace, che si era ripresentato alle primarie pur essendo costretto sulla sedia a rotelle in seguito all'attentato subito durante la campagna elettorale di 4 anni prima. In Pennsylvania sconfisse in rimonta Henry Jackson, costringendolo a ritirarsi. Quando Carter era ormai vicino alla nomination, nacque il comitato "ABC" (Anybody but Carter), guidato da liberal dell'ovest e del nord, preoccupati che Carter fosse troppo sudista e conservativo. Il leader di ABC, il Governatore della California Jerry Brown, scese in campo sconfiggendo Carter nelle ultime primarie, ma ormai troppo tardi per ambire alla nomination.
Carter arrivò alla convention avendo già ottenuto matematicamente la maggioranza di delegati, vinse la nomination al primo voto e nell'intento di unire il partito scelse come vice Walter Mondale, delfino di Hubert Humphrey e gradito all'ala liberal del Nord.


Nonostante Ford fosse il Presidente in carica, all'interno del partito c'erano molti dubbi sulla sua candidatura. Ford aveva un gradimento molto basso dopo aver concesso a Nixon il perdono presidenziale per ogni eventuale reato connesso al Watergate, e i conservatori erano infuriati per gli accordi internazionali che avevano di fatto accettato il dominio sovietico nell'est Europa e in Vietnam. Inoltre Ford, avendo servito per più di due anni, non si sarebbe potuto ripresentare nel 1980. Il vicepresidente in carica, Nelson Rockefeller dichiarò di volersi candidare se Ford avesse rinunciato a presentarsi, come inizialmente aveva detto, ma poi Ford cambiò idea e Rockefeller rinunciò anche a ripresentarsi come vice.
L'unico rivale di Ford nelle primarie fu l'ex Governatore della California Ronald Reagan, sostenuto dalla destra conservatrice, che aveva lanciato la sua campagna contro Ford già con un anno di anticipo. Ford vinse nei primi stati ma Reagan, pur a corto di soldi, grazie al sostegno delle potenti organizzazioni conservatrici vinse tutti gli ultimi stati. Le primarie terminarono con i due candidati praticamente pari. La convention si aprì con Ford che aveva un lieve vantaggio ma non la maggioranza assoluta. Reagan provò a far saltare il banco annunciando che, se nominato, avrebbe scelto come vice Richard Schweiker, moderato della Pennsylvania. La mossa si rivelò un errore di giudizio: pochi moderati passarono da Reagan, mentre molti conservatori lo abbandonarono. In particolare la delegazione del Mississippi si schierò con Ford, facendolo arrivare alla nomination. Ford scelse come vice il Senatore Bob Dole. Dopo il suo discorso, Ford chiese a Reagan di pronunciare qualche parola in segno di unità. Reagan tenne invece un lungo discorso che oscurò quello del Presidente.


All'inizio della campagna elettorale autunnale, Jimmy Carter partì con un vantaggio di 33 punti nei sondaggi, ma Ford fu protagonista di una clamorosa rimonta grazie anche ad alcune circostanze favorevoli. La prima fra tutte fu il 200° anniversario dell'Indipendenza Americana, che il Presidente sfruttò per apparire come grande protagonista di eventi - quali la cena alla Casa Bianca con la Regina Elisabetta - trasmessi in televisione e seguiti da milioni di americani.
Inoltre Carter fu protagonista di alcune gaffe, come quando promise il perdono ai ragazzi che non avevano risposto alla chiamata alle armi in Vietna, o quando in un'intervista a Playboy confessò di "aver desiderato la donna d'altri". Nel primo dibattito televisivo dal 1960, Ford risultò vincitore dopo aver messo in evidenza l'inesperienza del rivale.
Anche Ford però non mancò di commettere svarioni, come quando negò ripetutamente che l'Est Europeo fosse sotto il controllo sovietico, e non fu da meno Bob Dole, che in un dibattito imputò ai presidenti Democratici la cattiva preparazione delle truppe americane.

Si arrivò alle elezioni del 2 novembre con i sondaggi che davano i due candidati in parità, e per avere il risultato definitivo bisognò aspettare tutta la notte e buona parte del giorno seguente. Alla fine, conquistando per pochi voti il Mississippi e il Wisconsin, Carter superò Ford per 2 punti percentuale, il margine più basso dal 1916. Carter conquistò meno stati, 23 più DC contro i 27 di Ford, ma i più importanti, assicurandosi 297 Grandi elettori contro 240 di Ford. Gli USA si spaccarono letteralmente a metà, con il nord-ovest interamente Repubblicano e il sud-est quasi completamente Democratico. Per la seconda e finora ultima volta un Democratico conquistò più del 50% dei voti, ma Ford detiene tuttora il record di stati vinti da un candidato sconfitto.
Per la prima volta dal 1932 il Presidente in carica veniva sconfitto nel tentativo di essere rieletto in uno dei due partiti maggiori. Sarebbe successo di nuovo, proprio a Carter, quattro anni dopo.

sabato 5 luglio 2008

Tre donne per un ticket

Nel partito Repubblicano si comincia a pensare alla possibilità di proporre una donna come vice di McCain. Infatti i nomi maschili fatti finora (a parte forse Pawlenty) hanno tutti un egual numero di pro e di contro. Una donna, pensano gli strateghi del GOP, potrebbe fare breccia in una parte degli elettori della Clinton che non intendono schierarsi per Obama.
Tradizionalmente però il GOP non è fonte di numerose presenze femminili, e dopo una accurata scrematura i nomi rimasti in ballo sono solo quattro. La più qualificata sarebbe Condoleeza Rice, ma anche il suo nome va escluso: è tanto vicina a McCain come profilo politico quanto distante dal punto di vista simbolico. McCain intende prendere le distanze per quanto possibile dall'amministrazione Bush, e inserire nel ticket l'attuale Segretario di Stato sarebbe quantomeno contraddittorio.
Quindi ne restano tre.

Kay Bailey Hutchinson
65 anni, vista come la "Clinton Repubblicana", la Hutchinson è la veterana tra le senatrici del GOP ed una sostenitrice della prima ora di McCain, con cui ha spesso fatto campagna elettorale in Texas, suo stato di elezione.
In Texas ha un notevole seguito soprattutto tra gli ispanici, una categoria che McCain spera di conquistare. Il suo radicamento in Texas è però anche il suo punto debole. Lo stato della Stella Solitaria sarà sicuramente vinto da McCain anche senza la Hutchinson, che oltretutto ha posizioni molto moderate in tema di ricerca sulle cellule staminali e di aborto (è contraria all'introduzione del reato di aborto), posizioni che la rendono sgradita ai conservatori.
Inoltre la Hutchinson è una sostenitrice delle "sette sorelle" petrolifere, una posizione che in Texas è apprezzata, ma che a livello nazionale può rappresentare un punto debole in un momento in cui le compagnie petrolifere godono di profitti record a dispetto della crisi economica.

Carly Fiorina
53 anni, la Fiorina ha una storia personale di donna che si è fatta da sè e, da giovane segretaria, ha scalato tutte le posizioni diventando capo esecutivo della Hewlett-Packard dal 1999 al 2005. Attualmente è a capo dell'organizzazione Repubblicana incaricata di incrementare l'affluenza al voto ed è una delle più ascoltate consigliere economiche di McCain. Insieme con l'amministratore delegato di eBay Meg Whitman, la Fiorina è la più importante imprenditrice dell'ultimo decennio. Nelle ultime settimane, la Fiorina si è impegnata nell'opera strategica di convincere i sostenitori della Clinton a sostenere i Repubblicani.
Nel GOP però ci sono diverse perplessità, e non solo perchè la Fiorina non aiuterebbe a calmare le perplessità dei conservatori. Il fatto di essere già al fianco di McCain potrebbe portarla ad essere scelta senza passare attraverso un processo di selezione accurato che ne evidenzierebbe le vulnerabilità. Candidare quella che Forbes ha definito "La più potente donna d'affari" in un momento di crisi economica come questa vorrebbe dire prestare il fianco a numerosi attacchi basati sul suo passato alla HP, alcuni dei quali sono già partiti dallo staff di Obama.

Sarah Palin
44 anni, la Governatrice dell'Alaska è poco conosciuta a livello nazionale, ma nel suo stato è un fenomeno politico. Porterebbe gioventù nel ticket, ed ha un profilo sociale e riformista che piacerebbe sia ai conservatori che a McCain.
Si oppone decisamente all'aborto, e recentemente ha dato alla luce il suo quinto figlio nonostante sapesse che sarebbe stato affetto dalla sindrome di Down. Cacciatrice e pescatrice, ha il marchio della donna di successo. Al college portò la sua scalcinata squadra di basket a vincere il campionato statale, conquistando il soprannome di "Sarah Barracuda" e due anni dopo divenne reginetta di bellezza e a 30 anni fu eletta sindaco della sua città natale, Wassilla.
E' brillante, decisa e in molti la vedono proiettata in un futuro ancora più luminoso. Nonostante questo, attualmente non è in cima alla lista perchè troppo poco conosciuta, troppo inesperta e soprattutto - al pari della Hutchinson - proveniente da uno stato che i Repubblicani conquisteranno comodamente.

Fonte: Politico

venerdì 4 luglio 2008

Il settore automobilistico nel mirino dei candidati

John McCain, uno dei pochi Repubblicani a cercare una soluzione ai problemi energetici alternava al petrolio (anche se uno dei punti principali del suo programma è la ricerca di petrolio nel Golfo del Messico), ha già in mente come utilizzare i fondi governativi qualora venisse eletto.
Il Senatore ha proposto di stanziare una borsa di 300 milioni di dollari per chiunque sia in grado di produrre una batteria per automobili che permetta di sorpassare l'attuale tecnologia.
Il prezzo non è casuale, ma equivale a 1 $ per ogni uomo, donna o bambino nel paese "un piccolo prezzo per rompere la dipendenza dal petrolio" come ha affermato McCain.
Il candidato ha spiegato che un tale mezzo porterebbe energia al 30% del prezzo attuale e dovrebbe avere caratteristiche di prezzo, dimensione, capacità e potenza adeguate per implementare le auto ibride o elettriche attualmente in commercio, e ha inoltre proposto di rendere più salate le multe per le case automobilistiche che eludono gli attuali standard ecologici, creando invece incentivi per automobili che utilizzino combustibili alcolici come l'etanolo.
Infine, McCain ha promesso 5000 $ di credito per ogni automobile a zero emissione di carbonio prodotta e venduta.

Obama, che in precedenza aveva proposto di rendere più stringenti i controlli sugli speculatori che, a suo avviso, hanno contribuito all'innalzamento incontrollato del prezzo del petrolio, ha criticato la proposta di McCain giudicandola demagogica.
Obama ha definito la borza di 300 milioni di $ come "gimmick", una trovata che non avrebbe effetti se non quello di aumentare inutilmente il prelievo fiscale
"Quando John F. Kennedy decise che saremmo andati sulla luna, non ha indetto un concorso per trovare uno scienziato in grado di costruire l'astronave adatta, ma mise tutte le risorse degli USA nel progetto. E' questo il tipo di sforzo di cui abbiamo bisogno se vogliamo essere indipendenti dal petrolio".
Obama ha poi ricordato che negli ultimi anni il Giappone ha speso 230 milioni di $, la Cina 100 e la Corea del Sud entro il 2010 ne avrà spesi 700 allo stesso scopo, senza risultati.
La proposta di Obama intende invece obbligare le case automobilistiche ad applicare nuovi standard alla produzione di vetture, che entro il 2027 porterebbe ad avere un parco auto che farà 50 miglia per gallone - e quindi minore consumo e minore inquinamento - grazie anche all'uso di carburanti alternativi come l'etanolo.

Una cosa è certa, chiunque vinca a novembre ha in mente di cambiare radicalmente il settore automobilistico come lo conosciamo, visto che stavolta all'interesse per l'ambiente corrisponde anche quello più pressantemente economico, che come sempre ha la precedenza.

giovedì 3 luglio 2008

Sondaggi: Barack meglio di John, Cindy meglio di Michelle

Tre diversi sondaggi tastano il polso di alcuni degli stati chiave, e degli americani riguardo le aspiranti First Lady.

Il primo sondaggio, condotto dalla Quinnipiac University, Washington Post e Wall Street Journal, mostra che Obama è in netto vantaggio in Colorado, Michigan, Minnesota e Wisconsin.
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In Colorado (9 Grandi Elettori) Obama conduce per 49 a 44, con un vantaggio di 51 a 39 tra gli indipendenti. Le donne che intendono votare per il Democratico sono il 53%, mentre il 50% degli uomini è intenzionato a votare McCain. I bianchi sono divisi quasi equamente tra i due candidati, mentre tra gli ispanici Obama è in vantaggio per 62 a 36. Obama è in vantaggio in tutte le fasce di età, anche se tra i più anziani è quasi alla pari con McCain. Gli indici di gradimento di entrambi i candidati è al 53%

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In Michigan (17 Grandi Elettori) Obama è in vantaggio per 48 a 42. Le donne che sostengono Obama sono il 52% contro il 38% per McCain, mentre gli uomini sono divisi equamente tra i due, con un leggero vantaggio per il Repubblicano. I bianchi sostengono in maggioranza McCain (48% contro il 42% di Obama). Tra i neri il vantaggio di Obama è di 89 a 6. Obama è in vantaggio in tutte le fasce di età ed ha un gradimento del 54%, contro il 49% di McCain

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In Minnesota (10 Grandi Elettori) Obama conduce per 54 a 37. In questo caso Obama è nettamente in vantaggio sia tra gli uomini che tra le donne, e ha il 51% anche tra i bianchi. Il gradimento di Obama è al 59%, quello di McCain al 46%.
Per il 56% degli elettori, l'eventuale scelta del Governatore Tim Pawlenty come vice da parte di McCain non influenzerà le intenzioni di voto.

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In Wisconsin (10 Grandi Elettori) Obama conduce per 52 a 39. Tra le donne Obama è in testa per 53 a 37, tra gli uomini per 51 a 40. Il gradimento di Obama è al 54%, quello di McCain al 48%

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Un sondaggio condotto dalla Quinnipiac University in Connecticut (7 Grandi Elettori) mostra infine Obama in vantaggio per 56 a 35. Obama ha la maggioranza assoluta in tutte le fasce di popolazione, e il 53% degli abitanti del Connecticut preferirebbe che Obama non scegliesse Hillary Clinton come vice. Sul versante Repubblicano, l'eventuale scelta di Joe Lieberman (Senatore del Connecticut) come vice non cambierebbe le cose per McCain, visto che il 52% sostiene che la scelta non influirà sul voto e il 32% addirittura dice che influirà negativamente.


Infine un sondaggio condotto da Yahoo e Associated Press mostra il gradimento per le due consorti dei candidati. Michelle Obama presenta un gradimento più alto di Cindy McCain (30% contro 27%), ma raccoglie un numero ancora maggiore di opinioni negative, il 35%, mentre la bionda moglie del Repubblicano ha un indice negativo di appena il 17%.
Il dato di Cindy McCain è però falsato dal fatto che il 56% degli intervistati ha detto di non conoscerla abbastanza per poter esprimere un giudizio, mentre solo il 34% ha detto lo stesso di Michelle Obama. Metà dei Repubblicani non conosce abbastanza la McCain, mentre solo 3 Democratici su 10 non conoscono la Obama.
Michelle spacca in due il campione: 1 su 5 ha un'opinione molto negativa di lei (il triplo di chi dice altrettando di Cindy), mentre 1 su 10 ha un'opinione molto positiva (il doppio della McCain).
La moglie del Democratico piace di più ai single e ai più istruiti, Cindy McCain invece piace agli sposati e ai più anziani

mercoledì 2 luglio 2008

La scelta del vice, il tempo è tiranno


In queste settimane che precedono le convention, i due candidati sono alle prese con scelte delicate: l'organizzazione della campagna elettorale autunnale, ma soprattutto la scelta del vicepresidente, che mai come quest'anno si preannuncia complessa. Ma c'è una scelta altrettanto delicata: quando fare l'annuncio.
Un tempo la scelta del vice avveniva alla convention, dopo l'ufficializzazione della nomination, e i delegati votavano. Da alcuni decenni a questa parte la prassi vuole che il nominato in pectore annunci la sua scelta all'incirca una settimana prima della convention, e i delegati non possono far altro che prenderne atto.
Quest'anno il calendario non è benevolo: le due convention si terranno - una a cavallo dell'altra - molto più tardi del solito, a causa delle Olimpiadi di Pechino, che si presume avranno un seguito (e una copertura mediatica) molto vasta. Le Olimpiadi inizieranno l'8 agosto e finiranno il 24. La convention Democratica inizierà a Denver il 25 agosto, lunedì, per terminare giovedì 28. La convention Repubblicana si aprirà il lunedì successivo 1 settembre a Minneapolis-St. Paul.
Questo vuol dire che non c'è molto tempo, se consideriamo le due settimane olimpiche come un tempo morto, in cui molto difficilmente i due candidati faranno annunci (o quantomeno annunci per cui ci si aspetta una adeguata copertura mediatica). Agosto è il mese in cui i candidati si occupano di cose che vorrebero far passare inosservate.

Obama ha il calendario più complicato. E' difficile che Obama annunci il vice all'apertura della convention (George H. Bush annunciò Quayle il giorno dopo l'inizio della convention, e non si rivelò una scelta azzeccata). L'annuncio, sopratutto in una campagna mediatica come quella di Obama, dovrà richiedere una ampia copertura per sfruttare al massimo l'entusiasmo, e sarà un momento da trasformare in una cosiddetta "five-day story".
Allora quando?
Un'opzione potrebbe essere il 4 agosto, il giorno del compleanno di Obama. Dopotutto, sarebbe in linea con alcune scelte viste finora, come quella di tenere il primo comizio congiunto con la Clinton in un posto chiamato Unity. C'è però il rischio che, dopo i primi giorni, la storia si sgonfi per lasciare spazio alle Olimpiadi. D'altronde sarebbe rischioso fare l'annuncio un paio di settimane prima: verso la fine di luglio Obama partirà per un tour in Europa e Medio Oriente, e quello sarà un evento che richiederà piena copertura senza distrazioni.
Inoltre un annuncio così precoce ha pochi precedenti. Nel 2004 John Kerry scelse John Edwards 20 giorni prima della convention, e venne considerato un tempo troppo lungo. Sia George W. Bush che Bill Clinton fecero l'annuncio 4 giorni prima della convention, Al Gore una settimana prima.
Certamente Obama ha dimostrato di essere capace di rompere regole che sembravano infrangibili: quindi non ci sarebbe da stupirsi se decidesse di fare l'annuncio durante la convention o addirittura durante le Olimpiadi. Gli analisti fanno notare che i rating delle Olimpiadi sono costantemente in calo, e quindi Obama potrebbe fare il suo annuncio senza paura di venire messo in ombra.

McCain è in una situazione relativamente più favorevole. Sicuramente non è tipo da voler sfidare le Olimpiadi o le consuetudini, anche perchè la convention Repubblicana inizierà quando quella Democratica si sarà già conclusa. In questo modo McCain potrà aspettare ed eventualmente tenere conto della scelta di Obama, se dovesse avere ancora dubbi. E' un vantaggio di cui molto difficilmente si vorrà privare, sopratutto perchè McCain conta di sfruttare questo momento per catalizzare l'attenzione su di sè. Quale miglior modo per minimizzare la copertura data a Obama che annunciare la propria scelta mentre i Democratici smontano il palco di Denver.

Fonte: Adam Nagourney, New York Times

martedì 1 luglio 2008

Il patriottismo per John McCain

Una causa più grande di se stessi
di John McCain

Patriottismo significa più che mettere la mano sul cuore durante l'inno nazionale. Significa più che entrare in una cabina elettorale ogni due o quattro anni. Il patriottismo è un amore e un dovere, un amore per il paese espresso da buoni cittadini.

Il patriottismo deve motivare la condotta dei pubblici rappresentanti, ma è presente anche in quegli spazi comuni in cui il governo è assente, dovunque gli americani organizzino le loro vite e le loro comunità - famiglie, chiese, sinagoghe, musei, le leghe sportive, i Boy scout, l'esercito della salvezza. Queste sono le istituzioni che preservano la democrazia. Sono le maniere, piccole e grandi, attraverso cui ci uniamo come un paese indivisibile, con libertà e giustizia per tutti. Sono gli esercizi responsabilidella libertà e sono indispensabili per un corretto funzionamento della democrazia. Il patriottismo sono gli innumerevoli atti d'amore, gentilezza e coraggio che non hanno testimoni o risonanza, e sono particolarmente lodevoli perchè non verranno ricordati.

Il patriota non deve solo accettare, ma anche proteggere a suo modo gli ideali che hanno dato vita alla nostra nazione: combattere le ingiustizie e battersi per i diritti di tutti e non solo per i propri interessi. Il patriota onora i doveri, il credo e l'ispirazione che ci porta ad essere tutti americani.
Siamo gli eredi e i tutori della libertà - una benedizione preservata con il sangue degli eroi nel corso degli anni. Non si può andare al cimitero militare di Arlington e vedere nome dopo nome, tomba dopo tomba, senza essere profondamente commosso dal sacrificio fatto da tutti quei giovani.
E quelli di noi che vivono in questo tempo, e che beneficiano del loro sacrificio, deve fare la sua parte per pericolosa che sia, per proteggere ciò che loro hanno dato per difendere l'amore per la libertà.
L'amore per il paese è un altro modo per definire l'amore per i concittadini - una verità che ho appreso molto tempo fa in un paese molto diverso dal nostro.Il patriottismo è un altro modo per definire il servizio verso una causa più grande di se stessi e degli interessi di ognuno.

Se trovi dei difetti nel tuo paese, lavora per migliorarlo. Se sei deluso dagli errori del governo, lavora al suo interno per correggerli. Spero che più americani vogliano considerare l'idea di unirsi alle nostre forze armate. Spero che più americani vogliano candidarsi ai pubblici uffici o lavorare nelle amministrazioni statali, federali o locali. Ci sono molti modi per rendere questo paese migliore di come l'abbiamo ereditato.
Il buon cittadino e il patriota sa che la felicità è meglio del conforto, più sublime del piacere. I cinici e gli indifferenti non sanno cosa perdono. Il loro sbaglio è un ostacolo non solo per il nostro progresso civile, ma per la loro felicità individuale.

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lunedì 30 giugno 2008

Il patriottismo per Obama

TIME ha chiesto ai due candidati presidenziali di scrivere in un editoriale ciò che rappresenta per loro il patriottismo. Questo è l'op-ed di Obama, domani quello di McCain

Una fede in sogni semplici
di Barack Obama

Quando ero piccolo, ho vissuto per un periodo oltreoceano con mia madre, e uno dei miei primi ricordi è di lei che mi legge le prime righe della Dichiarazione di Indipendenza, spiegandomi come queste idee riguardassero tutti gli americani, di ogni colore. Mi insegnò che quelle parole, e quelle della Costituzione, ci proteggevano dalla brutalità delle ingiustizie che noi vedevamo subire da altre persone in quegli anni all'estero.
Tutto ciò mi è tornato alla mente in questi giorni seguendo le brutali ingiustizie che circondano le cosiddette elezioni in Zimbabwe. Per settimane, il partito di opposizione e i suoi elettori sono stati perseguitati, torturati, uccisi. Sono stati portati via dalle loro case nel cuore della notte e strangolati sotto gli occhi dei loro figli. La moglie di un sindaco appena eletto è stata picchiata così brutalmente che suo fratello ha potuto riconoscere il corpo solo dalla gonna che indossava quando è stata uccisa. Persino gli elettori sospettati di non sostenere il presidente sono arrestati e picchiati, per il solo fatto di aver votato.

Siamo una nazione di convinzioni forti e distinte. Discutiamo sulle nostre differenze spesso e con foga. Ma quando tutto è detto e fatto, ci riuniamo come un unico popolo e promettiamo la nostra fedeltà non solo a un posto o a un leader, ma alle parole che mia madre mi leggeva anni fa: "che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità".
Questo è il vero genio dell'America - la fede in sogni semplici, l'insistenza sui piccoli miracoli. E' l'idea che possiamo rimboccare le coperte ai nostri figli e sapere che sono sazi e al sicuro dai pericoli. che possiamo dire ciò che pensiamo, scrivere ciò che pensiamo, senza rischiare di sentire qualcuno che bussa alla porta,; che possiamo avere un'idea e iniziare un'attività senza pagare tangenti; che possiamo partecipare al processo politico senza paura di essere puniti; che i nostri voti contano.

Per me, è l'amore e la difesa di questi ideali che costituisce il vero significato del patriottismo. Ci sono ideali che non appartengono a un particolare partito o a un gruppo di persone ma chiamano ognuno di noi al servizio e al sacrificio per il bene comune.
Scrivo questo sapendo che se le generazioni precedenti non avessero seguito tale impegno, non sarei dove sono oggi. In quanto giovane di razza mista, senza una ferma ancora in una comunità, senza la ferma mano di un padre, questo essenziale ideale americano - che i nostri destini non sono scritti prima della nostra nascita - ha definito la mia vita. Ed è la fonte del mio profondo amore per questo paese: perchè con una madre del Kansas e un padre del Kenya, so che storie come la mia possono succedere solo in America.

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Cindy McCain alle prese con il conflitto d'interessi

Nel 2004 la posizione della consorte di John Kerry, Teresa Heinz - titolare della Heinz, la più conosciuta marca di ketchup - la aveva portata al centro delle polemiche per i possibili conflitti di interesse tra la sua carica e il ruolo di First Lady.
Cindy McCain, presidente della casa di distribuzione Anheuser-Busch (che distilla la birra Budweiser), finora era riuscita a gestire molto bene la sua posizione, rimanendo al di fuori della gestione corrente della società, e il marito ha fatto lo stesso visto che da anni al Senato si astiene dal votare su argomenti che possono riguardare le attività della moglie.
Ora però in campagna elettorale irrompe l'offerta d'acquisto della compagnia belga InBev, che pagando 65 $ per azione vorrebbe rilevare interamente la Anheuser-Busch, che ha sede a St.Louis, in Missouri. L'offerta, per un totale di 46 miliardi di dollari, è stata respinta dal consiglio di amministrazione della società americana, e la decisione ha incontrato il plauso bipartisan da parte del mondo politico, in particolar modo nel Missouri, preoccupato per le possibili conseguenze che una cessione potrebbe avere sull'occupazione nello stato. La scorsa settimana una delegazione ipartisan dei legislatori del Missouri si è incontrata con l'amministratore delegato della InBev Carlos Brito per cercare una soluzione.

Cindy McCain finora non si è espressa, ma è in una situazione in cui ogni decisione la esporrebbe a critiche. L'offerta dei belgi è enormemente vantaggiosa per lei, che possiede oltre 1 milione di $ di azioni della ditta fondata da suo padre Jim Hensley nel 1955, ma se accettasse la vendita alienerebbe a suo marito il consenso degli elettori del Missouri, primi tra tutti i dipendenti dell'azienda di famiglia (che hanno donato 23.500 dollari alla campagna elettorale del Repubblicano). Il Missouri, che nel 2000 e nel 2004 ha votato per il GOP, è al momento considerato uno stato che McCain deve conquistare se vuole avere chance di diventare Presidente.
D'altronde se Cindy decidesse di confermare il rifiuto alla cessione, oltre a rinunciare a un grosso affare, contraddirebbe le posizioni di John McCain in favore del libero mercato, posizioni che gli sono costate critiche già nel 2004, quando si oppose a un contratto tra Boeing e Air Force per il rifornimento di carburante, affare che poi vide prevalere la Northrop Grumman e l'europea AirBus, di cui si scoprì che McCain deteneva delle azioni.

domenica 29 giugno 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1972

Le elezioni presidenziali del 1972 segnarono una delle più grandi disfatte dei Democratici, da cui partì un lento processo di rinascita. L'intera campagna elettorale fu incentrata prevalentemente sul tema della guerra in Vietnam. Nonostante il conflitto, che si protraeva da quasi un decennio, fosse largamente impopolare tra gli americani, il Presidente in carica Richard Nixon aveva convinto la popolazione che la fine delle ostilità si stava avvicinando, grazie alle sue scelte politiche.

I Democratici americani speravano di vedere un terzo Kennedy candidarsi alla presidenza nel 1972, ma le chance di Ted Kennedy furono irrimediabilmente compromesse a causa del cosiddetto Chappaquiddick incident del 18 luglio 1969. Quella sera Kennedy partecipò ad una festa a Matha's Vineyard assieme ad alcune persone che avevano collaborato alla campagna elettorale di Robert, l'anno precedente. Lasciando il party, Kennedy diede un passaggio alla segretaria Mary Jo Kopechne, ma l'auto uscì di strada all'altezza del ponte Dike finendo in mare. Ted riuscì a salvarsi e tornò a riva chiedendo aiuto agli altri ospiti della festa, senza contattare le autorità. Nell'impossibilità di salvare la Kopechne, che venne ritrovata morta la mattina dopo, Kennedy tornò al suo albergo senza avvertire la polizia. Kennedy venne condannato per omissione di soccorso a due mesi di carcere.


In mancanza di Ted Kennedy, i naturali favoriti erano l'ex vicepresidente Hubert Humphrey, candidato presidenziale nel 1968, e Edmund Muskie, candidato alla vicepresidenza quattro anni prima. Oltre a loro si candidarono, tra gli altri, il Senatore dell'Indiana Birch Bayh (padre dell'attuale Senatore Evan Bayh), il kennedyano George McGovern e il Governatore segregazionista dell'Alabama George Wallace, rientrato nel DNC.
Humphrey saltò le primarie del New Hampshire, che avrebbero dovuto dare lo slancio a Muskie, il quale però, pochi giorni prima del voto, venne accusato da una lettera anonima di avere pregiudizi contro gli americani di discendenza franco-canadese. Nel difendersi dall'accusa, Muskie tenne un discorso in cui scoppiò a piangere, a detta dei resoconti della stampa. La sua corsa fu irrimediabilmente compromessa in favore di McGovern, che conquistò il momentum grazie alla strategia elettorale - basata quasi unicamente sul rfiuto della Guerra in Vietnam e incentrata sui caucus states - messa a punto da un giovane stratega che avrebbe provato 12 anni dopo la scalata alla Casa Bianca: Gary Hart.
Negli stati del Sud e tra molti elettori insoddisfatti, George Wallace ottenne ottimi risultati, ma la sua campagna si interruppe drammaticamente quando cadde vittima di un tentato omicidio che lo lasciò paralizzato. Alla fine delle primarie - le prime decise unicamente dal voto popolare in tutti gli stati - McGovern e Humphrey erano distanziati da appena 70.000 voti in favore di quest'ultimo. Alla convention democratica di Miami McGovern e i suoi sostenitori, che avevano gestito l'organizzazione delle primarie, riuscirono a farsi assegnare interamente i delegati della California, conquistando la maggioranza. Questo portò ad una faida nel partito: molti notabili, già indispettiti perchè le nuove regole li privavano di potere decisionale, non solo evitarono di appoggiare McGovern ma in alcuni casi sostennero espressamente Nixon.
Anche il voto per il vicepresidente fu preda del caos: si fecero avanti oltre settanta candidati, e la scelta si prolungò fino a notte inoltrata. La spuntò Thomas Eagleton, ma poche settimane dopo la convention, in piena campagna elettorale, si scoprì che Eagleton si era sottoposto ad elettroshock per curare la depressione. Poco dopo avergli assicurato tutto il suo sostegno, McGovern cambiò idea e gli chiede di ritirarsi. Per una settimana 6 importanti Democratici rifiutarono di prendere il posto di Eagleton. Alla fine fu scelto Sargent Shriver, cognato dei Kennedy (e padre di Maria Shriver, attuale moglie di Arnold Schwarzenegger).

In casa Repubblicana Richard Nixon, forte del consenso che gli attribuivano i sondaggi, non ebbe problemi a riconquistare la nomination con quasi il 90% di voti alla convention.


La campagna elettorale di McGovern si concentrò sull'impegno a terminare immediatamente la guerra in Vietnam e sulla proposta di istituire un sussidio obbligatorio per i poveri. Tuttavia la sua immagine, già appannata dai contrasti nel partito, fu definitivamente affossata dallo scandalo su Eagleton e sulle sue visioni troppo liberal (è stato definito il politico più di sinistra ad essersi candidato alla Casa Bianca). Il giornalista conservatore Bob Novak diede un colpo letale alle già risicate speranze di McGovern riportando la frase di un senatore Democratico secondo cui gli stessi elettori di McGovern non sapevano quali fossero le reali idee del loro candidato "La gente non ha capito che McGovern è a favore dell'amnistia, dell'aborto e della legalizzazione delle droghe. Appena gli americani lo scopriranno, lui sarà finito". Novak venne accusato di aver inventato la frase, visto che non ne spiegò la paternità, ma tanto bastò a distruggere McGovern. Nel 2007, Novak ha rivelato che a dire la frase fu proprio Thomas Eagleton, prima di essere scelto come vice.
La campagna elettorale di Nixon fu particolarmente aggressiva e incentrata sulla paura. Combinando la lotta ai nemici con la propaganda sulla futura vittoria in Vietnam, Nixon ridicolizzò il pacifismo radicale di McGovern.

Le elezioni si tennero il 7 novembre, con la più bassa affluenza del dopoguerra, solo il 55%. I risultati segnarono la più netta sconfitta Democratica: Nixon conquistò 520 Grandi elettori contro i 17 di McGovern, ottenendo un distacco di 23,2%, il quarto più ampio nella storia delle presidenziali. McGovern riuscì a conquistare solo 1 stato (il Massachusetts) più DC, mentre Nixon ne conquistò 49.
Per la prima volta un Repubblicano conquistò tutti gli stati del Sud.
Nelle elezioni del 1972, oltre al germe della rifondazione del DNC, ci furono anche i presupposti per il più grande scandalo presidenziale: prima della campagna elettorale, dei collaboratori di Nixon sottrassero informazioni nella sede del DNC a Watergate, dando il via allo scandalo che sarebbe stato scoperto pochi mesi dopo e avrebbe portato nel 1974 alle dimissioni del Presidente.