domenica 6 luglio 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1976

Poco dopo la rielezione a Presidente nel 1972, Richard Nixon venne coinvolto sempre più irrimediabilmente nello Scandalo Watergate. Alcuni impiegati del comitato per Nixon, tra cui un agente della CIA in pensione, avevano intercettato e derubato documenti del DNC per favorire i Repubblicani. La Casa Bianca liquidò inizialmente il fatto come "furto di terz'ordine", e in un primo momento il Presidente non fu toccato. Quando però il processo ai responsabili del furto mis in luce un quadro più complesso, i giornalisti del Washington Post Leonard Woodward e Carl Bernstein, grazie alla loro fonte "Gola Profonda" (il vicedirettore dell'FBI Mark Felt, come si scoprì nel 2005), diedero il via ad un'inchiesta che coinvolse i più alti livelli. Dopo il rirovamento di registrazioni che attestavano il tentativo di Nixon di insabbiare la vicenda con l'aiuto della CIA, la Camera diede il via alla procedura di impeachment per il Presidente, che preferì dimettersi prima di essere deposto, il 9 agosto 1974. Il suo vicepresidente originario, Spiro Agnew, si era dovuto dimettere un anno prima sostituito da Gerald Ford, che subentrando a Nixon divenne il primo (e finora unico) Presidente USA a non essere mai stato eletto neppure come vice.


Le primarie Democratiche partirono senza un favorito, dopo che Ted Kennedy per la seconda volta rifiutò di correre. Dopo il rodaggio del 1972, il sistema delle primarie in tutta la nazione entrò a pieno regime, con regole univoche, ma quasi nessun candidato capì l'importanza di un tale sistema, che richiedeva la candidatura in tutti gli stati. Ne approfittò l'ex Governatore della Georgia Jimmy Carter, quasi sconosciuto a livello nazionale, che si presentò in tutti gli stati puntando a vincere le prime sfide accreditandosi come front-runner. Fu il candidato più votato in Iowa e vinse in New Hampshire, dimostrando di poter vincere anche al Nord. Al Sud sconfisse George Wallace, che si era ripresentato alle primarie pur essendo costretto sulla sedia a rotelle in seguito all'attentato subito durante la campagna elettorale di 4 anni prima. In Pennsylvania sconfisse in rimonta Henry Jackson, costringendolo a ritirarsi. Quando Carter era ormai vicino alla nomination, nacque il comitato "ABC" (Anybody but Carter), guidato da liberal dell'ovest e del nord, preoccupati che Carter fosse troppo sudista e conservativo. Il leader di ABC, il Governatore della California Jerry Brown, scese in campo sconfiggendo Carter nelle ultime primarie, ma ormai troppo tardi per ambire alla nomination.
Carter arrivò alla convention avendo già ottenuto matematicamente la maggioranza di delegati, vinse la nomination al primo voto e nell'intento di unire il partito scelse come vice Walter Mondale, delfino di Hubert Humphrey e gradito all'ala liberal del Nord.


Nonostante Ford fosse il Presidente in carica, all'interno del partito c'erano molti dubbi sulla sua candidatura. Ford aveva un gradimento molto basso dopo aver concesso a Nixon il perdono presidenziale per ogni eventuale reato connesso al Watergate, e i conservatori erano infuriati per gli accordi internazionali che avevano di fatto accettato il dominio sovietico nell'est Europa e in Vietnam. Inoltre Ford, avendo servito per più di due anni, non si sarebbe potuto ripresentare nel 1980. Il vicepresidente in carica, Nelson Rockefeller dichiarò di volersi candidare se Ford avesse rinunciato a presentarsi, come inizialmente aveva detto, ma poi Ford cambiò idea e Rockefeller rinunciò anche a ripresentarsi come vice.
L'unico rivale di Ford nelle primarie fu l'ex Governatore della California Ronald Reagan, sostenuto dalla destra conservatrice, che aveva lanciato la sua campagna contro Ford già con un anno di anticipo. Ford vinse nei primi stati ma Reagan, pur a corto di soldi, grazie al sostegno delle potenti organizzazioni conservatrici vinse tutti gli ultimi stati. Le primarie terminarono con i due candidati praticamente pari. La convention si aprì con Ford che aveva un lieve vantaggio ma non la maggioranza assoluta. Reagan provò a far saltare il banco annunciando che, se nominato, avrebbe scelto come vice Richard Schweiker, moderato della Pennsylvania. La mossa si rivelò un errore di giudizio: pochi moderati passarono da Reagan, mentre molti conservatori lo abbandonarono. In particolare la delegazione del Mississippi si schierò con Ford, facendolo arrivare alla nomination. Ford scelse come vice il Senatore Bob Dole. Dopo il suo discorso, Ford chiese a Reagan di pronunciare qualche parola in segno di unità. Reagan tenne invece un lungo discorso che oscurò quello del Presidente.


All'inizio della campagna elettorale autunnale, Jimmy Carter partì con un vantaggio di 33 punti nei sondaggi, ma Ford fu protagonista di una clamorosa rimonta grazie anche ad alcune circostanze favorevoli. La prima fra tutte fu il 200° anniversario dell'Indipendenza Americana, che il Presidente sfruttò per apparire come grande protagonista di eventi - quali la cena alla Casa Bianca con la Regina Elisabetta - trasmessi in televisione e seguiti da milioni di americani.
Inoltre Carter fu protagonista di alcune gaffe, come quando promise il perdono ai ragazzi che non avevano risposto alla chiamata alle armi in Vietna, o quando in un'intervista a Playboy confessò di "aver desiderato la donna d'altri". Nel primo dibattito televisivo dal 1960, Ford risultò vincitore dopo aver messo in evidenza l'inesperienza del rivale.
Anche Ford però non mancò di commettere svarioni, come quando negò ripetutamente che l'Est Europeo fosse sotto il controllo sovietico, e non fu da meno Bob Dole, che in un dibattito imputò ai presidenti Democratici la cattiva preparazione delle truppe americane.

Si arrivò alle elezioni del 2 novembre con i sondaggi che davano i due candidati in parità, e per avere il risultato definitivo bisognò aspettare tutta la notte e buona parte del giorno seguente. Alla fine, conquistando per pochi voti il Mississippi e il Wisconsin, Carter superò Ford per 2 punti percentuale, il margine più basso dal 1916. Carter conquistò meno stati, 23 più DC contro i 27 di Ford, ma i più importanti, assicurandosi 297 Grandi elettori contro 240 di Ford. Gli USA si spaccarono letteralmente a metà, con il nord-ovest interamente Repubblicano e il sud-est quasi completamente Democratico. Per la seconda e finora ultima volta un Democratico conquistò più del 50% dei voti, ma Ford detiene tuttora il record di stati vinti da un candidato sconfitto.
Per la prima volta dal 1932 il Presidente in carica veniva sconfitto nel tentativo di essere rieletto in uno dei due partiti maggiori. Sarebbe successo di nuovo, proprio a Carter, quattro anni dopo.

sabato 5 luglio 2008

Tre donne per un ticket

Nel partito Repubblicano si comincia a pensare alla possibilità di proporre una donna come vice di McCain. Infatti i nomi maschili fatti finora (a parte forse Pawlenty) hanno tutti un egual numero di pro e di contro. Una donna, pensano gli strateghi del GOP, potrebbe fare breccia in una parte degli elettori della Clinton che non intendono schierarsi per Obama.
Tradizionalmente però il GOP non è fonte di numerose presenze femminili, e dopo una accurata scrematura i nomi rimasti in ballo sono solo quattro. La più qualificata sarebbe Condoleeza Rice, ma anche il suo nome va escluso: è tanto vicina a McCain come profilo politico quanto distante dal punto di vista simbolico. McCain intende prendere le distanze per quanto possibile dall'amministrazione Bush, e inserire nel ticket l'attuale Segretario di Stato sarebbe quantomeno contraddittorio.
Quindi ne restano tre.

Kay Bailey Hutchinson
65 anni, vista come la "Clinton Repubblicana", la Hutchinson è la veterana tra le senatrici del GOP ed una sostenitrice della prima ora di McCain, con cui ha spesso fatto campagna elettorale in Texas, suo stato di elezione.
In Texas ha un notevole seguito soprattutto tra gli ispanici, una categoria che McCain spera di conquistare. Il suo radicamento in Texas è però anche il suo punto debole. Lo stato della Stella Solitaria sarà sicuramente vinto da McCain anche senza la Hutchinson, che oltretutto ha posizioni molto moderate in tema di ricerca sulle cellule staminali e di aborto (è contraria all'introduzione del reato di aborto), posizioni che la rendono sgradita ai conservatori.
Inoltre la Hutchinson è una sostenitrice delle "sette sorelle" petrolifere, una posizione che in Texas è apprezzata, ma che a livello nazionale può rappresentare un punto debole in un momento in cui le compagnie petrolifere godono di profitti record a dispetto della crisi economica.

Carly Fiorina
53 anni, la Fiorina ha una storia personale di donna che si è fatta da sè e, da giovane segretaria, ha scalato tutte le posizioni diventando capo esecutivo della Hewlett-Packard dal 1999 al 2005. Attualmente è a capo dell'organizzazione Repubblicana incaricata di incrementare l'affluenza al voto ed è una delle più ascoltate consigliere economiche di McCain. Insieme con l'amministratore delegato di eBay Meg Whitman, la Fiorina è la più importante imprenditrice dell'ultimo decennio. Nelle ultime settimane, la Fiorina si è impegnata nell'opera strategica di convincere i sostenitori della Clinton a sostenere i Repubblicani.
Nel GOP però ci sono diverse perplessità, e non solo perchè la Fiorina non aiuterebbe a calmare le perplessità dei conservatori. Il fatto di essere già al fianco di McCain potrebbe portarla ad essere scelta senza passare attraverso un processo di selezione accurato che ne evidenzierebbe le vulnerabilità. Candidare quella che Forbes ha definito "La più potente donna d'affari" in un momento di crisi economica come questa vorrebbe dire prestare il fianco a numerosi attacchi basati sul suo passato alla HP, alcuni dei quali sono già partiti dallo staff di Obama.

Sarah Palin
44 anni, la Governatrice dell'Alaska è poco conosciuta a livello nazionale, ma nel suo stato è un fenomeno politico. Porterebbe gioventù nel ticket, ed ha un profilo sociale e riformista che piacerebbe sia ai conservatori che a McCain.
Si oppone decisamente all'aborto, e recentemente ha dato alla luce il suo quinto figlio nonostante sapesse che sarebbe stato affetto dalla sindrome di Down. Cacciatrice e pescatrice, ha il marchio della donna di successo. Al college portò la sua scalcinata squadra di basket a vincere il campionato statale, conquistando il soprannome di "Sarah Barracuda" e due anni dopo divenne reginetta di bellezza e a 30 anni fu eletta sindaco della sua città natale, Wassilla.
E' brillante, decisa e in molti la vedono proiettata in un futuro ancora più luminoso. Nonostante questo, attualmente non è in cima alla lista perchè troppo poco conosciuta, troppo inesperta e soprattutto - al pari della Hutchinson - proveniente da uno stato che i Repubblicani conquisteranno comodamente.

Fonte: Politico

venerdì 4 luglio 2008

Il settore automobilistico nel mirino dei candidati

John McCain, uno dei pochi Repubblicani a cercare una soluzione ai problemi energetici alternava al petrolio (anche se uno dei punti principali del suo programma è la ricerca di petrolio nel Golfo del Messico), ha già in mente come utilizzare i fondi governativi qualora venisse eletto.
Il Senatore ha proposto di stanziare una borsa di 300 milioni di dollari per chiunque sia in grado di produrre una batteria per automobili che permetta di sorpassare l'attuale tecnologia.
Il prezzo non è casuale, ma equivale a 1 $ per ogni uomo, donna o bambino nel paese "un piccolo prezzo per rompere la dipendenza dal petrolio" come ha affermato McCain.
Il candidato ha spiegato che un tale mezzo porterebbe energia al 30% del prezzo attuale e dovrebbe avere caratteristiche di prezzo, dimensione, capacità e potenza adeguate per implementare le auto ibride o elettriche attualmente in commercio, e ha inoltre proposto di rendere più salate le multe per le case automobilistiche che eludono gli attuali standard ecologici, creando invece incentivi per automobili che utilizzino combustibili alcolici come l'etanolo.
Infine, McCain ha promesso 5000 $ di credito per ogni automobile a zero emissione di carbonio prodotta e venduta.

Obama, che in precedenza aveva proposto di rendere più stringenti i controlli sugli speculatori che, a suo avviso, hanno contribuito all'innalzamento incontrollato del prezzo del petrolio, ha criticato la proposta di McCain giudicandola demagogica.
Obama ha definito la borza di 300 milioni di $ come "gimmick", una trovata che non avrebbe effetti se non quello di aumentare inutilmente il prelievo fiscale
"Quando John F. Kennedy decise che saremmo andati sulla luna, non ha indetto un concorso per trovare uno scienziato in grado di costruire l'astronave adatta, ma mise tutte le risorse degli USA nel progetto. E' questo il tipo di sforzo di cui abbiamo bisogno se vogliamo essere indipendenti dal petrolio".
Obama ha poi ricordato che negli ultimi anni il Giappone ha speso 230 milioni di $, la Cina 100 e la Corea del Sud entro il 2010 ne avrà spesi 700 allo stesso scopo, senza risultati.
La proposta di Obama intende invece obbligare le case automobilistiche ad applicare nuovi standard alla produzione di vetture, che entro il 2027 porterebbe ad avere un parco auto che farà 50 miglia per gallone - e quindi minore consumo e minore inquinamento - grazie anche all'uso di carburanti alternativi come l'etanolo.

Una cosa è certa, chiunque vinca a novembre ha in mente di cambiare radicalmente il settore automobilistico come lo conosciamo, visto che stavolta all'interesse per l'ambiente corrisponde anche quello più pressantemente economico, che come sempre ha la precedenza.

giovedì 3 luglio 2008

Sondaggi: Barack meglio di John, Cindy meglio di Michelle

Tre diversi sondaggi tastano il polso di alcuni degli stati chiave, e degli americani riguardo le aspiranti First Lady.

Il primo sondaggio, condotto dalla Quinnipiac University, Washington Post e Wall Street Journal, mostra che Obama è in netto vantaggio in Colorado, Michigan, Minnesota e Wisconsin.
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In Colorado (9 Grandi Elettori) Obama conduce per 49 a 44, con un vantaggio di 51 a 39 tra gli indipendenti. Le donne che intendono votare per il Democratico sono il 53%, mentre il 50% degli uomini è intenzionato a votare McCain. I bianchi sono divisi quasi equamente tra i due candidati, mentre tra gli ispanici Obama è in vantaggio per 62 a 36. Obama è in vantaggio in tutte le fasce di età, anche se tra i più anziani è quasi alla pari con McCain. Gli indici di gradimento di entrambi i candidati è al 53%

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In Michigan (17 Grandi Elettori) Obama è in vantaggio per 48 a 42. Le donne che sostengono Obama sono il 52% contro il 38% per McCain, mentre gli uomini sono divisi equamente tra i due, con un leggero vantaggio per il Repubblicano. I bianchi sostengono in maggioranza McCain (48% contro il 42% di Obama). Tra i neri il vantaggio di Obama è di 89 a 6. Obama è in vantaggio in tutte le fasce di età ed ha un gradimento del 54%, contro il 49% di McCain

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In Minnesota (10 Grandi Elettori) Obama conduce per 54 a 37. In questo caso Obama è nettamente in vantaggio sia tra gli uomini che tra le donne, e ha il 51% anche tra i bianchi. Il gradimento di Obama è al 59%, quello di McCain al 46%.
Per il 56% degli elettori, l'eventuale scelta del Governatore Tim Pawlenty come vice da parte di McCain non influenzerà le intenzioni di voto.

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In Wisconsin (10 Grandi Elettori) Obama conduce per 52 a 39. Tra le donne Obama è in testa per 53 a 37, tra gli uomini per 51 a 40. Il gradimento di Obama è al 54%, quello di McCain al 48%

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Un sondaggio condotto dalla Quinnipiac University in Connecticut (7 Grandi Elettori) mostra infine Obama in vantaggio per 56 a 35. Obama ha la maggioranza assoluta in tutte le fasce di popolazione, e il 53% degli abitanti del Connecticut preferirebbe che Obama non scegliesse Hillary Clinton come vice. Sul versante Repubblicano, l'eventuale scelta di Joe Lieberman (Senatore del Connecticut) come vice non cambierebbe le cose per McCain, visto che il 52% sostiene che la scelta non influirà sul voto e il 32% addirittura dice che influirà negativamente.


Infine un sondaggio condotto da Yahoo e Associated Press mostra il gradimento per le due consorti dei candidati. Michelle Obama presenta un gradimento più alto di Cindy McCain (30% contro 27%), ma raccoglie un numero ancora maggiore di opinioni negative, il 35%, mentre la bionda moglie del Repubblicano ha un indice negativo di appena il 17%.
Il dato di Cindy McCain è però falsato dal fatto che il 56% degli intervistati ha detto di non conoscerla abbastanza per poter esprimere un giudizio, mentre solo il 34% ha detto lo stesso di Michelle Obama. Metà dei Repubblicani non conosce abbastanza la McCain, mentre solo 3 Democratici su 10 non conoscono la Obama.
Michelle spacca in due il campione: 1 su 5 ha un'opinione molto negativa di lei (il triplo di chi dice altrettando di Cindy), mentre 1 su 10 ha un'opinione molto positiva (il doppio della McCain).
La moglie del Democratico piace di più ai single e ai più istruiti, Cindy McCain invece piace agli sposati e ai più anziani

mercoledì 2 luglio 2008

La scelta del vice, il tempo è tiranno


In queste settimane che precedono le convention, i due candidati sono alle prese con scelte delicate: l'organizzazione della campagna elettorale autunnale, ma soprattutto la scelta del vicepresidente, che mai come quest'anno si preannuncia complessa. Ma c'è una scelta altrettanto delicata: quando fare l'annuncio.
Un tempo la scelta del vice avveniva alla convention, dopo l'ufficializzazione della nomination, e i delegati votavano. Da alcuni decenni a questa parte la prassi vuole che il nominato in pectore annunci la sua scelta all'incirca una settimana prima della convention, e i delegati non possono far altro che prenderne atto.
Quest'anno il calendario non è benevolo: le due convention si terranno - una a cavallo dell'altra - molto più tardi del solito, a causa delle Olimpiadi di Pechino, che si presume avranno un seguito (e una copertura mediatica) molto vasta. Le Olimpiadi inizieranno l'8 agosto e finiranno il 24. La convention Democratica inizierà a Denver il 25 agosto, lunedì, per terminare giovedì 28. La convention Repubblicana si aprirà il lunedì successivo 1 settembre a Minneapolis-St. Paul.
Questo vuol dire che non c'è molto tempo, se consideriamo le due settimane olimpiche come un tempo morto, in cui molto difficilmente i due candidati faranno annunci (o quantomeno annunci per cui ci si aspetta una adeguata copertura mediatica). Agosto è il mese in cui i candidati si occupano di cose che vorrebero far passare inosservate.

Obama ha il calendario più complicato. E' difficile che Obama annunci il vice all'apertura della convention (George H. Bush annunciò Quayle il giorno dopo l'inizio della convention, e non si rivelò una scelta azzeccata). L'annuncio, sopratutto in una campagna mediatica come quella di Obama, dovrà richiedere una ampia copertura per sfruttare al massimo l'entusiasmo, e sarà un momento da trasformare in una cosiddetta "five-day story".
Allora quando?
Un'opzione potrebbe essere il 4 agosto, il giorno del compleanno di Obama. Dopotutto, sarebbe in linea con alcune scelte viste finora, come quella di tenere il primo comizio congiunto con la Clinton in un posto chiamato Unity. C'è però il rischio che, dopo i primi giorni, la storia si sgonfi per lasciare spazio alle Olimpiadi. D'altronde sarebbe rischioso fare l'annuncio un paio di settimane prima: verso la fine di luglio Obama partirà per un tour in Europa e Medio Oriente, e quello sarà un evento che richiederà piena copertura senza distrazioni.
Inoltre un annuncio così precoce ha pochi precedenti. Nel 2004 John Kerry scelse John Edwards 20 giorni prima della convention, e venne considerato un tempo troppo lungo. Sia George W. Bush che Bill Clinton fecero l'annuncio 4 giorni prima della convention, Al Gore una settimana prima.
Certamente Obama ha dimostrato di essere capace di rompere regole che sembravano infrangibili: quindi non ci sarebbe da stupirsi se decidesse di fare l'annuncio durante la convention o addirittura durante le Olimpiadi. Gli analisti fanno notare che i rating delle Olimpiadi sono costantemente in calo, e quindi Obama potrebbe fare il suo annuncio senza paura di venire messo in ombra.

McCain è in una situazione relativamente più favorevole. Sicuramente non è tipo da voler sfidare le Olimpiadi o le consuetudini, anche perchè la convention Repubblicana inizierà quando quella Democratica si sarà già conclusa. In questo modo McCain potrà aspettare ed eventualmente tenere conto della scelta di Obama, se dovesse avere ancora dubbi. E' un vantaggio di cui molto difficilmente si vorrà privare, sopratutto perchè McCain conta di sfruttare questo momento per catalizzare l'attenzione su di sè. Quale miglior modo per minimizzare la copertura data a Obama che annunciare la propria scelta mentre i Democratici smontano il palco di Denver.

Fonte: Adam Nagourney, New York Times

martedì 1 luglio 2008

Il patriottismo per John McCain

Una causa più grande di se stessi
di John McCain

Patriottismo significa più che mettere la mano sul cuore durante l'inno nazionale. Significa più che entrare in una cabina elettorale ogni due o quattro anni. Il patriottismo è un amore e un dovere, un amore per il paese espresso da buoni cittadini.

Il patriottismo deve motivare la condotta dei pubblici rappresentanti, ma è presente anche in quegli spazi comuni in cui il governo è assente, dovunque gli americani organizzino le loro vite e le loro comunità - famiglie, chiese, sinagoghe, musei, le leghe sportive, i Boy scout, l'esercito della salvezza. Queste sono le istituzioni che preservano la democrazia. Sono le maniere, piccole e grandi, attraverso cui ci uniamo come un paese indivisibile, con libertà e giustizia per tutti. Sono gli esercizi responsabilidella libertà e sono indispensabili per un corretto funzionamento della democrazia. Il patriottismo sono gli innumerevoli atti d'amore, gentilezza e coraggio che non hanno testimoni o risonanza, e sono particolarmente lodevoli perchè non verranno ricordati.

Il patriota non deve solo accettare, ma anche proteggere a suo modo gli ideali che hanno dato vita alla nostra nazione: combattere le ingiustizie e battersi per i diritti di tutti e non solo per i propri interessi. Il patriota onora i doveri, il credo e l'ispirazione che ci porta ad essere tutti americani.
Siamo gli eredi e i tutori della libertà - una benedizione preservata con il sangue degli eroi nel corso degli anni. Non si può andare al cimitero militare di Arlington e vedere nome dopo nome, tomba dopo tomba, senza essere profondamente commosso dal sacrificio fatto da tutti quei giovani.
E quelli di noi che vivono in questo tempo, e che beneficiano del loro sacrificio, deve fare la sua parte per pericolosa che sia, per proteggere ciò che loro hanno dato per difendere l'amore per la libertà.
L'amore per il paese è un altro modo per definire l'amore per i concittadini - una verità che ho appreso molto tempo fa in un paese molto diverso dal nostro.Il patriottismo è un altro modo per definire il servizio verso una causa più grande di se stessi e degli interessi di ognuno.

Se trovi dei difetti nel tuo paese, lavora per migliorarlo. Se sei deluso dagli errori del governo, lavora al suo interno per correggerli. Spero che più americani vogliano considerare l'idea di unirsi alle nostre forze armate. Spero che più americani vogliano candidarsi ai pubblici uffici o lavorare nelle amministrazioni statali, federali o locali. Ci sono molti modi per rendere questo paese migliore di come l'abbiamo ereditato.
Il buon cittadino e il patriota sa che la felicità è meglio del conforto, più sublime del piacere. I cinici e gli indifferenti non sanno cosa perdono. Il loro sbaglio è un ostacolo non solo per il nostro progresso civile, ma per la loro felicità individuale.

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lunedì 30 giugno 2008

Il patriottismo per Obama

TIME ha chiesto ai due candidati presidenziali di scrivere in un editoriale ciò che rappresenta per loro il patriottismo. Questo è l'op-ed di Obama, domani quello di McCain

Una fede in sogni semplici
di Barack Obama

Quando ero piccolo, ho vissuto per un periodo oltreoceano con mia madre, e uno dei miei primi ricordi è di lei che mi legge le prime righe della Dichiarazione di Indipendenza, spiegandomi come queste idee riguardassero tutti gli americani, di ogni colore. Mi insegnò che quelle parole, e quelle della Costituzione, ci proteggevano dalla brutalità delle ingiustizie che noi vedevamo subire da altre persone in quegli anni all'estero.
Tutto ciò mi è tornato alla mente in questi giorni seguendo le brutali ingiustizie che circondano le cosiddette elezioni in Zimbabwe. Per settimane, il partito di opposizione e i suoi elettori sono stati perseguitati, torturati, uccisi. Sono stati portati via dalle loro case nel cuore della notte e strangolati sotto gli occhi dei loro figli. La moglie di un sindaco appena eletto è stata picchiata così brutalmente che suo fratello ha potuto riconoscere il corpo solo dalla gonna che indossava quando è stata uccisa. Persino gli elettori sospettati di non sostenere il presidente sono arrestati e picchiati, per il solo fatto di aver votato.

Siamo una nazione di convinzioni forti e distinte. Discutiamo sulle nostre differenze spesso e con foga. Ma quando tutto è detto e fatto, ci riuniamo come un unico popolo e promettiamo la nostra fedeltà non solo a un posto o a un leader, ma alle parole che mia madre mi leggeva anni fa: "che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità".
Questo è il vero genio dell'America - la fede in sogni semplici, l'insistenza sui piccoli miracoli. E' l'idea che possiamo rimboccare le coperte ai nostri figli e sapere che sono sazi e al sicuro dai pericoli. che possiamo dire ciò che pensiamo, scrivere ciò che pensiamo, senza rischiare di sentire qualcuno che bussa alla porta,; che possiamo avere un'idea e iniziare un'attività senza pagare tangenti; che possiamo partecipare al processo politico senza paura di essere puniti; che i nostri voti contano.

Per me, è l'amore e la difesa di questi ideali che costituisce il vero significato del patriottismo. Ci sono ideali che non appartengono a un particolare partito o a un gruppo di persone ma chiamano ognuno di noi al servizio e al sacrificio per il bene comune.
Scrivo questo sapendo che se le generazioni precedenti non avessero seguito tale impegno, non sarei dove sono oggi. In quanto giovane di razza mista, senza una ferma ancora in una comunità, senza la ferma mano di un padre, questo essenziale ideale americano - che i nostri destini non sono scritti prima della nostra nascita - ha definito la mia vita. Ed è la fonte del mio profondo amore per questo paese: perchè con una madre del Kansas e un padre del Kenya, so che storie come la mia possono succedere solo in America.

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Cindy McCain alle prese con il conflitto d'interessi

Nel 2004 la posizione della consorte di John Kerry, Teresa Heinz - titolare della Heinz, la più conosciuta marca di ketchup - la aveva portata al centro delle polemiche per i possibili conflitti di interesse tra la sua carica e il ruolo di First Lady.
Cindy McCain, presidente della casa di distribuzione Anheuser-Busch (che distilla la birra Budweiser), finora era riuscita a gestire molto bene la sua posizione, rimanendo al di fuori della gestione corrente della società, e il marito ha fatto lo stesso visto che da anni al Senato si astiene dal votare su argomenti che possono riguardare le attività della moglie.
Ora però in campagna elettorale irrompe l'offerta d'acquisto della compagnia belga InBev, che pagando 65 $ per azione vorrebbe rilevare interamente la Anheuser-Busch, che ha sede a St.Louis, in Missouri. L'offerta, per un totale di 46 miliardi di dollari, è stata respinta dal consiglio di amministrazione della società americana, e la decisione ha incontrato il plauso bipartisan da parte del mondo politico, in particolar modo nel Missouri, preoccupato per le possibili conseguenze che una cessione potrebbe avere sull'occupazione nello stato. La scorsa settimana una delegazione ipartisan dei legislatori del Missouri si è incontrata con l'amministratore delegato della InBev Carlos Brito per cercare una soluzione.

Cindy McCain finora non si è espressa, ma è in una situazione in cui ogni decisione la esporrebbe a critiche. L'offerta dei belgi è enormemente vantaggiosa per lei, che possiede oltre 1 milione di $ di azioni della ditta fondata da suo padre Jim Hensley nel 1955, ma se accettasse la vendita alienerebbe a suo marito il consenso degli elettori del Missouri, primi tra tutti i dipendenti dell'azienda di famiglia (che hanno donato 23.500 dollari alla campagna elettorale del Repubblicano). Il Missouri, che nel 2000 e nel 2004 ha votato per il GOP, è al momento considerato uno stato che McCain deve conquistare se vuole avere chance di diventare Presidente.
D'altronde se Cindy decidesse di confermare il rifiuto alla cessione, oltre a rinunciare a un grosso affare, contraddirebbe le posizioni di John McCain in favore del libero mercato, posizioni che gli sono costate critiche già nel 2004, quando si oppose a un contratto tra Boeing e Air Force per il rifornimento di carburante, affare che poi vide prevalere la Northrop Grumman e l'europea AirBus, di cui si scoprì che McCain deteneva delle azioni.

domenica 29 giugno 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1972

Le elezioni presidenziali del 1972 segnarono una delle più grandi disfatte dei Democratici, da cui partì un lento processo di rinascita. L'intera campagna elettorale fu incentrata prevalentemente sul tema della guerra in Vietnam. Nonostante il conflitto, che si protraeva da quasi un decennio, fosse largamente impopolare tra gli americani, il Presidente in carica Richard Nixon aveva convinto la popolazione che la fine delle ostilità si stava avvicinando, grazie alle sue scelte politiche.

I Democratici americani speravano di vedere un terzo Kennedy candidarsi alla presidenza nel 1972, ma le chance di Ted Kennedy furono irrimediabilmente compromesse a causa del cosiddetto Chappaquiddick incident del 18 luglio 1969. Quella sera Kennedy partecipò ad una festa a Matha's Vineyard assieme ad alcune persone che avevano collaborato alla campagna elettorale di Robert, l'anno precedente. Lasciando il party, Kennedy diede un passaggio alla segretaria Mary Jo Kopechne, ma l'auto uscì di strada all'altezza del ponte Dike finendo in mare. Ted riuscì a salvarsi e tornò a riva chiedendo aiuto agli altri ospiti della festa, senza contattare le autorità. Nell'impossibilità di salvare la Kopechne, che venne ritrovata morta la mattina dopo, Kennedy tornò al suo albergo senza avvertire la polizia. Kennedy venne condannato per omissione di soccorso a due mesi di carcere.


In mancanza di Ted Kennedy, i naturali favoriti erano l'ex vicepresidente Hubert Humphrey, candidato presidenziale nel 1968, e Edmund Muskie, candidato alla vicepresidenza quattro anni prima. Oltre a loro si candidarono, tra gli altri, il Senatore dell'Indiana Birch Bayh (padre dell'attuale Senatore Evan Bayh), il kennedyano George McGovern e il Governatore segregazionista dell'Alabama George Wallace, rientrato nel DNC.
Humphrey saltò le primarie del New Hampshire, che avrebbero dovuto dare lo slancio a Muskie, il quale però, pochi giorni prima del voto, venne accusato da una lettera anonima di avere pregiudizi contro gli americani di discendenza franco-canadese. Nel difendersi dall'accusa, Muskie tenne un discorso in cui scoppiò a piangere, a detta dei resoconti della stampa. La sua corsa fu irrimediabilmente compromessa in favore di McGovern, che conquistò il momentum grazie alla strategia elettorale - basata quasi unicamente sul rfiuto della Guerra in Vietnam e incentrata sui caucus states - messa a punto da un giovane stratega che avrebbe provato 12 anni dopo la scalata alla Casa Bianca: Gary Hart.
Negli stati del Sud e tra molti elettori insoddisfatti, George Wallace ottenne ottimi risultati, ma la sua campagna si interruppe drammaticamente quando cadde vittima di un tentato omicidio che lo lasciò paralizzato. Alla fine delle primarie - le prime decise unicamente dal voto popolare in tutti gli stati - McGovern e Humphrey erano distanziati da appena 70.000 voti in favore di quest'ultimo. Alla convention democratica di Miami McGovern e i suoi sostenitori, che avevano gestito l'organizzazione delle primarie, riuscirono a farsi assegnare interamente i delegati della California, conquistando la maggioranza. Questo portò ad una faida nel partito: molti notabili, già indispettiti perchè le nuove regole li privavano di potere decisionale, non solo evitarono di appoggiare McGovern ma in alcuni casi sostennero espressamente Nixon.
Anche il voto per il vicepresidente fu preda del caos: si fecero avanti oltre settanta candidati, e la scelta si prolungò fino a notte inoltrata. La spuntò Thomas Eagleton, ma poche settimane dopo la convention, in piena campagna elettorale, si scoprì che Eagleton si era sottoposto ad elettroshock per curare la depressione. Poco dopo avergli assicurato tutto il suo sostegno, McGovern cambiò idea e gli chiede di ritirarsi. Per una settimana 6 importanti Democratici rifiutarono di prendere il posto di Eagleton. Alla fine fu scelto Sargent Shriver, cognato dei Kennedy (e padre di Maria Shriver, attuale moglie di Arnold Schwarzenegger).

In casa Repubblicana Richard Nixon, forte del consenso che gli attribuivano i sondaggi, non ebbe problemi a riconquistare la nomination con quasi il 90% di voti alla convention.


La campagna elettorale di McGovern si concentrò sull'impegno a terminare immediatamente la guerra in Vietnam e sulla proposta di istituire un sussidio obbligatorio per i poveri. Tuttavia la sua immagine, già appannata dai contrasti nel partito, fu definitivamente affossata dallo scandalo su Eagleton e sulle sue visioni troppo liberal (è stato definito il politico più di sinistra ad essersi candidato alla Casa Bianca). Il giornalista conservatore Bob Novak diede un colpo letale alle già risicate speranze di McGovern riportando la frase di un senatore Democratico secondo cui gli stessi elettori di McGovern non sapevano quali fossero le reali idee del loro candidato "La gente non ha capito che McGovern è a favore dell'amnistia, dell'aborto e della legalizzazione delle droghe. Appena gli americani lo scopriranno, lui sarà finito". Novak venne accusato di aver inventato la frase, visto che non ne spiegò la paternità, ma tanto bastò a distruggere McGovern. Nel 2007, Novak ha rivelato che a dire la frase fu proprio Thomas Eagleton, prima di essere scelto come vice.
La campagna elettorale di Nixon fu particolarmente aggressiva e incentrata sulla paura. Combinando la lotta ai nemici con la propaganda sulla futura vittoria in Vietnam, Nixon ridicolizzò il pacifismo radicale di McGovern.

Le elezioni si tennero il 7 novembre, con la più bassa affluenza del dopoguerra, solo il 55%. I risultati segnarono la più netta sconfitta Democratica: Nixon conquistò 520 Grandi elettori contro i 17 di McGovern, ottenendo un distacco di 23,2%, il quarto più ampio nella storia delle presidenziali. McGovern riuscì a conquistare solo 1 stato (il Massachusetts) più DC, mentre Nixon ne conquistò 49.
Per la prima volta un Repubblicano conquistò tutti gli stati del Sud.
Nelle elezioni del 1972, oltre al germe della rifondazione del DNC, ci furono anche i presupposti per il più grande scandalo presidenziale: prima della campagna elettorale, dei collaboratori di Nixon sottrassero informazioni nella sede del DNC a Watergate, dando il via allo scandalo che sarebbe stato scoperto pochi mesi dopo e avrebbe portato nel 1974 alle dimissioni del Presidente.

sabato 28 giugno 2008

Obama e la Clinton uniti a Unity

Unity, New Hampshire, cittadina simbolo non solo per il nome, ma anche perchè qui nelle primarie Barack Obama e Hillary Clinton hanno entrambi conquistato lo stesso numero di voti, 107.
La giornata è cominciata con Obama che ha staccato un assegno da 2300 $ per la Clinton, imitato da sua moglie Michelle.
I due ex rivali sono arrivati a Unity a bordo dello stesso aereo, conversando amabilmente per tutto il viaggio.
Una volta sul palco, i convenevoli si sono trasformati in appello all'unità "Unità, una bella parola e una sensazione magnifica" ha commentato Hillary Clinton, dopo avere preso la parola davanti a 6mila persone, radunate in un paesino che ne conta 1600, a fianco di un rilassato Barack Obama, che sorrideva e la guardava compiaciuto. "Questi otto anni di amministrazione repubblicana sono stati devastanti per il Paese e John Mc Cain non rappresenta un'alternativa - ha continuato la senatrice - Se pensate che ci sia bisogno di voltare pagina, se pensate che ci sia bisogno di un leader che porti cambiamento e progresso, allora votate per Obama".

"Abbiamo davvero bisogno dei Clinton, non solo la mia campagna ma il nostro Paese - sono state le parole del senatore dell'Illinois - per far rivivere il sogno americano in ogni angolo di America. Possiamo continuare a fare crescere la diversità tra ricchi e poveri, o possiamo ricompensare il lavoro e non più solo la ricchezza. Possiamo continuare a concedere sgravi a compagnie che poi investono all'estero o aumentare il salario minimo".
"Cambiamento" è stata la parola chiave del comizio. La Clinton si è rivolta ai suoi sostenitori dubbiosi su Obama e lo ha fatto con grande chiarezza "Chiedo loro, e lo faccio con fermezza, di cambiare idea con la massima urgenza".
A margine del comizio, il presidente della campagna elettorale della Clinton Terry McAuliffe ha assicurato che Hillary si schiererà con piglio aggressivo a favore di Barack Obama anche se lui non la sceglierà come vice. "Qualsiasi sia il suo ruolo, è pronta a scattare e a fare tutto quel che deve per la campagna di autunno" ha detto McAuliffe, aggiungendo che anche il marito, Bill Clinton, è pronto a contribuire "24 ore su 24, sette giorni alla settimana su sette".
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venerdì 27 giugno 2008

Toto-vicepresidenti: Kathleen Sebelius (D)

60 anni, Governatrice di uno stato tradizionalmente Repubblicano come il Kansas, Kathleen Sebelius rappresenterebbe la prima opzione se Obama volesse rompere ulteriormente gli schemi scegliendo una donna come vice.
Figlia di John Gilligan, ex Governatore dell'Ohio (suo stato di origine, e in cui ha ancora radici), è stata rieletta a furor di popolo in Kansas dopo aver condotto una battaglia contro gli sprechi e aver implementato i servizi. Presidente emerito dell'Associazione dei Governatori Democratici, ha acquistato influenza nel partito tanto da aver ricevuto l'incarico di rispondere al discorso sullo Stato dell'Unione nel 2008.
Già nel 2004 il suo nome era stato fatto insistentemente come running mate di John Kerry, e dopo le presidenziali erano state fatte diverse speculazioni su una sua possibile candidatura alle primarie di quest'anno. La Sebelius ha invece preferito appoggiare Obama, aiutandolo a vincere le primarie in Kansas.
Le posizioni politiche della Sebelius la hanno resa gradita anche ai Repubblicani (e non poteva essere altrimenti in Kansas): contraria all'aborto ma anche alla criminalizzazione dell'aborto, ha stanziato incentivi per l'adozione, servizi speciali per le donne incinte e corsi di educazione sessuale per i giovani. Ambientalista, si è impegnata per aumentare il tasso di riciclo in Kansas. E' favorevole al possesso di armi da fuoco a scopo difensivo ma contraria alla possibilità per ognuno di portare armi nascoste.

Pro: Sarebbe un ulteriore messaggio di cambiamento da parte di Obama; è una politica apprezzata ed esperta pur non essendo identificata come una burocrate; aiuterebbe Obama a conquistare due stati chiave come Kansas e Ohio.
Contro: troppo cambiamento potrebbe risultare controproducente; i sostenitori della Clinton potrebbero prenderla come un'offesa se Obama scegliesse una donna diversa da Hillary; non ha esperienza in politica estera e sicurezza interna.

Obama e Hillary Clinton per la prima volta insieme

Dopo aver proclamato "Yes, we can", accettando la vittoria di Obama, Hillary Clinton si è ritirata dalla campagna elettorale evitando ogni strascico polemico. Nelle poche apparizioni pubbliche si è anche lasciata andare a moderate lodi per il programma di Obama, ha evitato di esprimersi in un senso o nell'altro su un possibile ticket, ed è stata riaccolta con grande calore in Senato e all'interno del partito, dove fino a qualche settimana prima molti leader la avevano criticata.
Ora è il momento di rendere effettiva la promessa di impegnarsi per Obama, e oggi Hillary e il nominato Democratico faranno la prima apparizione congiunta in campagna elettorale, a cui è prevedibile che ne seguano molte altre.
I sondaggi dicono che, finite le acredini delle primarie, pian piano gli elettori della Clinton si stanno allineando dietro Obama, ma la strada per unire il partito è ancora molto lunga, e sono diversi gli stati chiave in cui gli elettori della Senatrice potranno risultare decisivi.
I due ex rivali si sono incontrati giovedì sera al Mayflower Hotel di Washington ad un meeting organizzato per raccogliere fondi per Obama, con la partecipazione di quelli che finora sono stati i maggiori finanziatori della Clinton.
Oggi i due terranno un comizio in New Hampshire, a Unity, e mai nome poteva essere più indicato.
Nei giorni scorsi, Obama aveva a sua volta incitato i suoi finanziatori ad aiutare la Clinton a ripianare i debiti contratti in campagna elettorale, che si aggirano attorno ai 20 milioni di dollari, di cui 12 provenienti dal suo patrimonio personale. Una richiesta che in alcuni casi ha ricevuto risposte critiche.
La richiesta rientra comunque negli accordi tra i due candidati, ed è solo uno dei tanti punti su cui i due staff stanno discutendo ancora. Dal punto di vista teorico non dovrebbero esserci problemi, ma dal punto di vista pratico non è così facile. Obama si è finora appoggiato in prevalenza sui piccoli contributi piuttosto che sui grandi finanziatori, e quindi la cifra che può assicurare alla Clinton è paradossalmente più bassa di quella che i finanziatori della Clinton potrebbero assicurare ad Obama (ricordo che ogni finanziatore ha un tetto di offerte per ogni candidato, quindi i finanziatori della Clinton non possono più aiutare la Senatrice).
In molti attendono che Obama faccia il gesto simbolico di staccare un assegno da 2.300 $ (il massimo consentito) per la ex rivale.

Anche Bill Clinton si è schierato per Obama, dopo averlo criticato anche aspramente durante le primarie. Sebbene i rapporti tra l'ultimo presidente democratico e colui che vorrebbe essere il prossimo inquilino della Casa Bianca siano al momento abbastanza freddi - i due non si sono mai parlati dopo la fine delle primarie - Bill Clinton ha fatto sapere, tramite una laconica frase diffusa dal suo portavoce Matt McKenna, di volere "ovviamente essere pronto a fare tutto il possibile per fare in modo che Obama sia il prossimo presidente degli Stati Uniti".

giovedì 26 giugno 2008

Sondaggi: aumenta il vantaggio di Obama

E' buona norma nelle campagne elettorali prendere con le molle i sondaggi, specialmente - nel caso americano - quelli che prendono in considerazione l'intera nazione e non i singoli stati. L'attendibilità spesso lascia a desiderare, e in ogni caso le recenti esperienze dimostrano che all'elettorato basta poco per cambiare idea.
I sondaggi rilasciati nell'ultima settimana tracciano però un quadro piuttosto netto e al tempo stesso sorprendente. Dalla fine delle primarie, e dall'uscita di Hillary Clinton dalla corsa, Obama ha preso il volo.
Il sondaggio della FoxNews (network vicino ai Repubblicani) è quello più favorevole a McCain, che viene dato al 39%, 3 punti sotto Obama, al 42%.
Più equilibrato il risultato del sondaggio di Washington Post e ABC: 48% a 42% per Obama (4 anni fa, WP e ABC davano John Kerry con un identico vantaggio su George Bush). Questo sondaggio mostra come McCain sia leggermente preferito dall'elettorato indipendente, e abbia il sostegno di 9 Repubblicani su 10. Obama ha invece il sostegno di 8 Democratici su 10.
McCain è però penalizzato dall'eredità di Bush: il 57% degli elettori ritiene che proseguirebbe le politiche del Presidente in carica. Inoltre il 73% dei sostenitori di McCain si dicono entusiasti della sua candidatura, contro il 91% dei supporter di Obama. In particolare, solo il 13% dei conservatori sono molto entusiasti di McCain.
Un sondaggio Wall Street Journal / NBC (nell'immagine) mostra un risultato simile: 47% a 41% per Obama. Il distacco contrasta però con l'opinione comune degli elettori che, alla richiesta di scegliere il partito vincente senza pensare ai candidati, ha scelto per il 51% i Democratici e per il 35% i Repubblicani. Una buona notizia per Obama viene invece dagli ispanici e dai sostenitori della Clinton, che dopo il ritiro della senatrice lo appoggiano in stragrande maggioranza.
Per quanto riguarda i potenziali vicepresidenti, sono in testa Hillary Clinton (51%) e Mitt Romney (42%)

Gli ultimi due sondaggi in ordine di tempo si sono invece rivelati degli outlier, come in statistica vengono definiti i risultati che rappresentano delle anomalie. Rispetto a tutti gli altri, questi sondaggi danno a Obama un vantaggio in doppia cifra.
Newsweek dà a Obama un distacco di ben 15 punti, 51% contro 36%. Il Democratico vincerebbe in tutte le categorie di elettori, tra gli indipendenti come tra i bianchi e gli anziani. Obama ha un indice di gradimento del 62%, McCain del 49%. Il sondaggio ha preso in considerazione anche le potenziali First Lady: Michelle Obama riscuote un consenso del 49% contro un dissenso del 22%, Cindy McCain è invece a 33 contro 19, con un 36% di persone che non ha un'opinione su di lei.
Il grado di soddisfazione degli americani per l'andamento del loro paese è al 14%, lo stesso registrato nel 1992, quando Bill Clinton sconfisse George H. Bush.

Anche il sondaggio Los Angeles Times - Bloomberg conferma questo distacco. Tenendo in considerazione una corsa a due, Obama ha un vantaggio di 12 punti, 49% contro 37%. Il sondaggio prende però anche in considerazione gli altri due candidati Ralph Nader e Bob Barr. In questo secondo scenario il vantaggio di Obama diventa di 15 punti, 48% a 33%, perchè Barr danneggerebbe McCain più di quanto farebbe Nader con Obama. Curiosamente, però, Nader è accreditato al 4% contro il 3% di Barr, quindi anche Nader pescherebbe soprattutto nell'elettorato indipendente orientato verso il Repubblicano.
La leadership di Obama è dovuta alla preoccupazione degli americani per l'economia, tema su cui il candidato Democratico è visto come di gran lunga il più affidabile. McCain è visto come più adatto a fronteggiare il terrorismo, che però è piuttosto in basso tra le preoccupazioni degli americani, in questo momento. Il consenso di McCain tra i conservatori è del 58%, con un 15% intenzionato a votare Obama, mentre il consenso tra gli evangelici e la destra religiosa è al 60%.

Vice: chi vuole, chi non vuole, chi non parla, chi giudica

Le dichiarazioni dei politici il cui nome è stato fatto come possibili "running mates" alle elezioni di novembre non fanno necessariamente testo - in alcuni casi si tratta di tattiche attendiste, soprattutto per quanto riguarda i Democratici che non vogliono intromettersi nel possibile ticket Obama-Clinton - ma vale la pena riportarle.

Il Governatore della Pennsylvania Ed Rendell, uno dei più accesi sostenitori di Hillary Clinton, ha ribadito il suo impegno per Obama ma anche la sua totale indisponibilità a ricoprire la carica di vicepresidente "Se mi verrà chiesto dirò di no, se sarò inserito nel ticket rifiuterò, se verrò eletto non accetterò. Più chiaro di così..." ha affermato, ma già a febbraio aveva dichiarato di non voler servire come vice, nel caso Hillary Clinton glielo avesse chiesto.

Joe Biden, che nei mesi scorsi aveva affermato che non avrebbe accettato la vicepresidenza, ha fatto un passo indietro "Quando l'ho detto ero ancora in corsa per la Presidenza. Adesso ho fatto sapere al candidato che non mi interessa la vicepresidenza, ma se me lo proporrà non potrò fare altro che accettare. Se il candidato riterrà che potrei aiutarlo a vincere, come potrei dire al primo afro-americano in grado di cambiare la storia mondiale che non voglio aiutarlo? Ma non me lo chiederà". Biden ha anche criticato la scelta di Obama di rinunciare al finanziamento pubblico "E' una scelta che non aiuta in nessun modo la riforma del sistema politico, e anzi la renderà più difficile".

Tom Daschle è su posizioni simili "Non mi interessa la vicepresidenza, ne ho già parlato con Barack, e non credo che me lo chiederà. Ma se dovesse farlo, ovviamente dovrei prendere in considerazione l'offerta".

La Speaker della Camera Nancy Pelosi ha invece suggerito a Obama il nome di Chet Edwards, deputato del Texas, che ha detto di essere disposto ad accettare l'incarico.

Carly Fiorina, consigliere di McCain ed ex capo esecutivo della Hewlett & Packard si è detta disponibile ma scettica "Chiunque sarebbe onorato di servire McCain, e anche io. Ma ha una lunga lista di persone altamente qualificate, e io sto aiutando McCain nella selezione".

Tim Pawlenty, Governatore del Minnesota: "Sono concentrato sul mio attuale lavoro, e la vicepresidenza non è una cosa a cui ho pensato. Sono contento di fare il Governatore del mio stato".

Le quotazioni di Bobby Jindal sono leggermente in ribasso dopo che ha espresso critiche alla posizione di McCain sui finanziamenti per la ricostruzione di New Orleans, ma ieri alla Fox ha appoggiato la proposta del Repubblicano di cercare petrolio nel Golfo del Messico e si è detto onorato dal fatto di essere tra i potenziali vice.

Infine il National Review, l'organo ufficiale dei conservatori americani, esce questa settimana con una copertina (nella foto) che chiarisce chi sono i candidati sgraditi all'elettorato conservatore: Joe Lieberman, Charlie Crist, Mike Huckabee e Tom Ridge.

Fonte: Associated Press, Politico

mercoledì 25 giugno 2008

Il Governatore della Louisiana, l'anti-Obama?

di Sasha Issenberg (The Boston Globe)

Le t-shirt rosse indossate dai supporter di Bobby Jindal durante la campagna elettorale dello scorso anno per l'elezione del Governatore sono per i Repubblicani la cosa più vicina all'iconografia di Obama. Proclamavano "Louisiana Revolution", con il volto del candidato impresso nello stile bi-colore di Che Guevara.

Il suo insolito profilo - 36 anni, indiano-americano, conservatore religioso - lo hanno lanciato tra i favoriti per la candidatura alla vicepresidenza. Jindal viene visto come una risposta alla novità rappresentata da Barack Obama, e come l'uomo a cui il partito potrà affidarsi per rifarsi l'immagine.
Jindal, di indole modesta, ha rivoluzionato lo stato sociale e il sistema sanitario della Louisiana, e rappresenta un movimento, anche radicale, che vuole la competenza prevalere sul carisma.
Subito dopo essere entrato in carica, ha promulgato una nuova legislazione con restrizioni etiche, ha promosso l'insegnamento del creazionismo nelle scuole e ha bloccato la ricerca sulle cellule staminali.
E' stata questa rara congiunzione di efficienza legislativa e crociate morali e religiose a portare Rush Limbaugh, Newt Gingrich e il Washington Times a consigliare a McCain di scegliere Jindal.
Ambizioso e abituato a bruciare le tappe, Jindal è stato eletto quando aveva solo un anno in più dell'età minima consentita dalla legge per diventare Governatore, ma aveva già svolto sei diversi lavori nell'amministrazione governatoriale, mentre ha conseguito anche un master e ha lavorato come consulente.
In uno stato che è stato da sempre caratterizzato dalla diffusione di personaggi coloriti e vignette politiche, Jindal non si è mai trasformato in una macchietta "Non ci sono aneddoti su Jindal" dice Roy Fletcher, stratega locale "E' un tecnocrate piatto".
Jindal non ha nemmeno soprannomi, a parte "Bobby", preso in prestito a 4 anni dalla sit-com Brady Bunch per sostituire il suo vero nome, Piyush.
L'ex Governatore Mike Foster lo assunse a 24 anni come amministratore del sistema sanitario, allora in ancarotta "Aveva il poco invidiabile compito di dover fare draconiani tagli di budget che gli hanno causato pene e sofferenze. Ma si comportava come se gli piacesse." spiega Bob Mann, all'epoca consigliere del senatore Democratico John Breaux.
La fama conquistata da Jindal lo portò ad essere assunto da Breaux come direttore esecutivo della commissione bipartisan Medicare. Successivamente, Foster nominò Jindal presidente del sistema universitario della Louisiana. Figlio di un immigrato del Punjabi convertito al cattolicesimo, Jindal si trovò a diventare ben preso un beniamino dei conservatori religiosi. Nel 2003 Foster incoraggiò Jindal a candidarsi come Governatore, ma perse contro la Democratica Kathleen Blanco, che però fallì nel fronteggiare il terribile uragano Katrina, e decise di non ricandidarsi, spianando la strada a Jindal nel 2007.

Jindal e McCain si sono incontrati a New Orleans a dicembre per discutere della ricostruzione dopo Katrina. "John da sempre cerca di allargare la sua base, e Bobby si ricollega in maniera positiva ai giovani elettori "spiega Bobby Roemer, ex Governatore della Louisiana e consigliere di McCain "Bobby ci ricorda chi possiamo essere. Ha la stessa forza di Obama, rappresenta il rinnovamento dell'America".

© Copyright 2008 Globe Newspaper Company.

martedì 24 giugno 2008

Un (altro) mancino alla Casa Bianca

Comunque vadano le elezioni di novembre, una cosa è certa già da ora: il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà mancino. Sia Barack Obama che John McCain usano di preferenza la mano sinistra, contribuendo a un fenomeno che sembra appassionare sia storici che ricercatori: nonostante i mancini rappresentino a malapena il 10% della popolazione americana, dominano la scena politica presidenziale.
E' un fatto che trascende l'appartenenza politica, negli ultimi 35 anni 5 Presidenti su 7 sono stati mancini: Gerald Ford, Ronald Reagan, George H. Bush e Bill Clinton. Solo Jimmy Carter e il Presidente in carica George W. Bush tengono alta la bandiera dei destrorsi.
Questa caratteristica si allarga anche ai vicepresidenti e agli aspiranti presidenti: sono mancini Al Gore, Bob Dole, John Edwards, Bill Bradley e Ross Perot. E' mancino anche il sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha accarezzato l'idea di candidarsi alla Casa Bianca e potrebbe rientrare in gioco come vicepresidente.

Gli studiosi hanno scoperto che la preferenza nell'uso della sinistra ha le sue radici in motivi genetici e nelle funzioni cerebrali. I mancini, preferendo l'emisfero sinistro del cervello, sono più portati a sviluppare funzioni cerebrali bilaterali, che li può portare a visualizzare le questioni in maniera più ampia e a sviluppare soluzioni più complesse, ma niente che spieghi l'anomalia statistica che coinvolge i comandanti in capo americani. Ma non può essere una semplice coincidenza "Le possibilità che sia solo un caso sono una su mille" dice il professor Daniel Geschwind, docente di neurologia. Tantopiù che prima del 1974 solo due Presidenti su 37 sono stati mancini: James Garfield ed Harry Truman.
Fonte: New York Sun

McCain non è Dole, parola del New York Times

di Adam Nagourney (New York Times)

Sono eroi di guerra con ferite da mostrare. Sono conosciuti per il carattere irruento e caustico. Sono tra i più anziani candidati alla presidenza.
E i Democratici sperano che la candidatura di Bob Dole nel 1996 sia lo schema che seguirà quest'anno John McCain.
Ma per ogni significativa somiglianza, ci sono anche sufficienti differenze tra i due Repubblicani da rendere fuorviante ogni paragone.
Dole era il volto dell'establishment legislativo di Washington. McCain ha sfruttato un'immagine di indipendente dal suo stesso partito.
McCain ha preso le distanze dalla politica del Presidente in carica. Dole corse contro un'istituzione che aveva a cuore, rendendo ai Democratici ancora più facile il compito di identificarlo con gli eccessi del Partito Repubblicano nel periodo in cui lo Speaker della Camera Newt Gingrich e l'ala conservatrice del partito cercavano di reimpossessarsi della politica interna.

Dole, seguendo i consigli dei suoi collaboratori, alzò un muro che lo tenne distante sia dai giornalisti che dagli elettori. La campagna elettorale di McCain è fatta di continui incontri con i cittadini in giro per il paese.
Non è un caso che McCain abbia spesso fatto campagna per Dole nel 1996 e abbia preso nota degli errori del collega - dall'incapacità di raccogliere fondi al modo in cui si rapportò con i media e l'elettorato. Nello staff di consiglieri di McCain non è presente nessuno dei principali collaboratori di Dole nella campagna del 1996.

Bob Dole, ferito nella Seconda Guerra mondiale, indossò un braccialetto col nome di McCain quando McCain era prigioniero di guerra in Vietnam. E di recente ha scritto una lettera per difendere le credenziali da conservatore di McCain (nonostante Dole, come McCain, abbia spesso faticato a convincere i conservatori di essere uno di loro).
Ciononostante i due non sono particolarmente amici, McCain non ha chiesto consigli a Dole, e Dole non è esattamete un habituè sul pullman di McCain.
I Democratici guardano alla campagna di Dole e pensano che quella di McCain seguirà gli stessi passi, con lo stesso risultato.
Il paragone è ovvio: entrambi hanno dovuto fronteggiare problemi di gestione dello staff, entrambi sono presenze fisse nei talk show della domenica mattina, entrambi - anche se separati da 13 anni - appartengono a una generazione i cui valori sono totalmente differenti da quelli dei "babyboomers".
Entrambi sono insofferenti allo stile politico moderno, a insistere su un unico messaggio, a resistere alla tentazione di rilasciare dichiarazioni impulsive, a leggere il gobbo elettronico. Entrambi hanno un senso dell'umorismo che può diventare di volta in volta un punto di forza o una vulnerabilità.
Il fatto che entrambi abbiano sofferto ferite che li hanno segnati a vita ha creato una sensibilità simile. "Entrambi hanno attraversato una lunga riabilitazione" spiega Bob Kerrey, ex senatore Democratico del Nebraska a cui venne amputata parzialmente una gamba in Vietnam "Essendo passato anch'io attraverso qualcosa di simile, posso dire che ti dà una prospettiva diversa. Penso ti faccia provare maggiore empatia per le persone che soffrono. In particolar modo questo vale per Dole".
Ma Obama sarà in grado di identificare McCain come simbolo dell'establishment allo stesso modo in cui Clinton fece con Dole?
"Non puoi far passare McCain come una creatura di Washington, perchè è sempre stato lontano da questa etichetta" spiega Scott Reed, manager della campagna elettorale di Dole.
Dole era l'uomo dei Repubblicani in Senato, ed essendo stato diverse volte leader della maggioranza veniva identificato con il partito anche dopo aver lasciato il posto. Non è così per McCain.
In fin dei conti, la principale differenza tra Dole e McCain può dipendere meno dai candidati che dal clima. "Dole correva contro un Presidente in carica durante un periodo di pace e prosperità" spiega Reed "McCain corre contro un fenomeno popolare con le sorti del Partito Repubblicano appese al collo".

Copyright 2008 The New York Times Company

lunedì 23 giugno 2008

Toto-vicepresidenti: Charlie Crist (R)

52 anni, originario della Pennsylvania, Charlie Crist è Governatore della Florida dal 2007, succeduto a Jeb Bush. Il suo endorsement a John McCain alla vigilia delle primarie in Florida è stato decisivo per l'ottimo risultato del Senatore dell'Arizona, che grazie alla vittoria nel Sunshine State ha ricevuto una spinta decisiva per arrivare al Super Tuesday da favorito e raggiungere subito la nomination. Da allora il nome di Crist è in ogni lista di possibili vicepresidenti.
Crist condivide con McCain l'impegno in campo ecologico, e da Governatore uno dei suoi primi atti è stato imporre nuovi e più restrittivi standard per l'inquinamento nelle città, con l'impegno di ridurre le emissioni di gas serra. Crist è apprezzato anche in casa Democratica per il suo impegno contro le discriminazioni razziali, tanto che il deputato Democratico Terry Fields lo ha definito "Il primo Governatore nero della Florida".
Crist è comunque ben visto dai conservatori del Partito Repubblicano per le sue posizioni "pro-life" sul tema dell'aborto, per il suo sostegno al Defense of Marriage Act in opposizione alle unioni gay e per il suo appoggio al possesso di armi da fuoco e alla pena di morte.
Charlie Crist si è anche contraddistinto per il suo supporto al "diritto alla morte" e al testamento biologico.
In questa campagna elettorale, Crist appoggia la proposta di McCain di cercare petrolio nel Golfo del Messico per abbassare i prezzi del carburante, nonostante la maggioranza degli abitanti della Florida sia contraria.

Pro: è giovane ma al tempo stesso abbastanza qualificato da ricoprire il ruolo di vicepresidente (o di subentrare in caso di necessità); è ben visto da Repubblicani, Democratici e Indipendenti; assicurerebbe a McCain i 27 Grandi Elettori della Florida; sarebbe una figura importante dal punto di vista dell'immagine per la campagna elettorale di McCain.
Contro: se i sondaggi dovessero mostrare McCain favorito in Florida anche senza Crist nel ticket, sarebbe preferibile puntare su un'altra figura; alcune passate controversie (come la presenza di alcuni finanziatori "scomodi") potrebbero tornare a galla in campagna elettorale; è divorziato e attualmente single (il fatto, considerato insolito per un politico nella sua posizione, è stato al centro di un articolo del NY Times ed ha causato pettegolezzi su una sua presunta omosessualità).

10 cose che Obama può fare con tutti quei soldi

Ora che Barack Obama ha rinunciato ai finanziamenti pubblici per la sua campagna elettorale è libero di attingere ai finanziamenti privati, come ha fatto nel corso di tutte le primarie, e secondo le previsioni potrà raccogliere fino a 350 milioni di dollari tra donazioni tramite il suo sito e investimenti da parte dei finanziatori Democratici. Per il momento Obama sembra aver acquistato degli spazi pubblicitari che andranno in onda sulla NBC durante la trasmissione dei giochi olimpici di Pechino ad agosto (assieme agli spot di multinazionali come Nike, General Motors e McDonald's), ma come potrà spendere tutti quei soldi nei due mesi di campagna elettorale? Ha provato a rispondere sul sito Advertising Age Evan Tracey, uno dei più importanti analisti politico-economici delle campagne elettorali statunitensi, che ha esposto dieci idee per utilizzare al meglio i soldi raccolti.

1. Assumere ogni possibile consulente Democratico per i media. Dovrebbe farlo non perchè abbia bisogno di aiuto nel settore della comunicazione, ma perchè se tutti sono sul suo libro paga, nessuno potrà collaborare con i "527" (gruppo di influenza bipartisan e indipendente dai candidati, che hanno il potere di finanziare campagne pubblicitarie e altre iniziative di propaganda politica. Obama si è più volte scontrato con loro, anche con quelli che ufficiosamente lo sostengono N.d.G.), o sparlare di lui ai media complicandogli la vita.

2. Acquistare molti spazi pubblicitari sulle tv e sulle radio negli stati in bilico. Non sarà facile trovare molti spazi disponibili e ottenere un vantaggio significativo, anche perchè a John McCain sarà data parità di accesso, e ci dovrà comunque essere spazio per spot estranei alla campagna elettorale. Tuttavia Obama sarà capace di adattare i suoi muscoli finanziari in media "non tradizionali".

3. Puntare sul target demografico delle trasmissioni sportive radiofoniche, a livello locale e nazionale. Mi spiace per le signore dell'alta società, ma quest'anno la strada verso la Casa Bianca è lastricata di voti maschili. Le talk show sportivi alla radio sono un ottimo modo per parlare agli uomini. Se McCain vuole vincere a novembre deve avere il massimo di voti dai maschi tra i 18 e i 55 anni. Se Obama riesce ad ottenere un buon risultato in questo target dovrebbe essere abbastanza per ottenere la vittoria finale.

4. L'autunno è fatto per lo sport dal vivo, bisogna comprare spot nel football dei college, la Ryder Cup, i playoff della Major League di baseball e,sì, la NFL. Solo un'osservazione: la terza giornata della I divisione di football è fissata per il 13 settembre (il sabato successivo alla convention Repubblicana) e presenta incontro clou come Hawaii-Florida, Michigan-Notre Dame e Ohio State-USC. Potete immaginare quanti scontri tra stati-chiave ci saranno prima di novembre.

5. Mandare in onda spot da 60 secondi. La campagna elettorale di Obama è iniziata con uno spot da 60 secondi. Costano di più, ma che importa?

6. Produrre video per il web. In queste elezioni bisogna comunicare con i due principali blocchi di elettorato - gli adulti del baby boom e i loro figli. Rappresentano una fetta importante di elettorato ma hanno un consumo mediatico molto diverso. Obama avrà i soldi e la capacità di parlare a tutti gli elettori sui medium con cui sono più a loro agio.

7. Comprare spot televisivi in tutti i 50 stati il giorno dopo la convention Democratica. E' un atto dovuto, ma anche un modo per dire che ti sei candidato per tutti gli americani.

8. Fare spot dal vivo. Sarebbe fantastico (e molto dispendioso) - mi immagino un nuovo spot ogni giorno, mandato in onda dai luoghi del paese in cui vuole portare il cambiamento. Qualcosa del tipo "Sono Barack Obama e oggi mi trovo in Ward 8 a New Orleans..." e il giorno dopo da Crawford, in Texas.

9. Cercare di comprare spazi pubblicitari dagli skywriters, nei maxischermi vicino agli aeroporti, nei display degli ascensori nei centri commerciali. Va bene tutto quando hai soldi da buttare.

10. Vedere se Ron Paul affitta il suo dirigibile Blimp.

domenica 22 giugno 2008

Le elezioni che hanno fatto storia: 1968

All'inizio del 1968, non sussistevano dubbi sul fatto che il Presidente Johnson si sarebbe ripresentato. Anche se era in carica da due mandati, il 22° emendamento gli consentiva di ricandidarsi perchè, essendo subentrato per 14 mesi a Kennedy nel 1963, quello cominciato con la sua elezione del 1963 era il "vero" primo mandato. Nel corso degli ultimi 4 anni, Johnson aveva conseguito numerosi successi politici, combattendo la povertà, firmando la legge sui diritti civili e iniziando l'esplorazione dello spazio.
Tuttavia, proprio tra il 1967 e il 1968 la popolarità di Johnson subì dei duri colpi, soprattutto a causa delle tensioni razziali che avevano portato a duri scontri nelle grandi città e che sarebbe culminata il 4 aprile 1968 con l'assassinio di Marthin Luther King, e alla guerra in Vietnam, che il Presidente aveva fortemente appoggiato e che si era ormai rivelata un vicolo cieco.


Nonostante questi insuccessi, nessuno dei leader Democratici se la sentì di correre contro il Presidente in carica. Lo fece solo il Senatore Eugene McCarthy del Minnesota, portabandiera dei movimenti pacifisti, presentandosi contro Johnson nelle primarie del New Hampshire. Johnson vinse, ma con scarso margine e senza raggiungere il 50%. Decise perciò di ritirarsi, prendendo atto dell'insuccesso confermato dai sondaggi e delle sue cattive condizioni di salute (infatti morì il 22 gennaio 1973, ovvero due giorni dopo la fine del mandato presidenziale iniziato con le elezioni del '68). A quel punto annunciarono la loro candidatura contro McCarthy Bob Kennedy e il vicepresidente in carica Hubert Humphrey. Kennedy e McCarthy si sfidarono nelle primarie, mentre Humphrey preferì aspettare la convention (le primarie si tenevano in soli 13 stati).
McCarthy vinse in 5 stati e Kennedy in 4, ma Kennedy vinse 3 dei 4 stati in cui concorrevano l'uno contro l'altro. McCarthy tuttavia si rifiutò di ritirarsi anche dopo aver perso per 46 a 42 in California.

Restavano solo le primarie di New York per decidere chi dei due avrebbe sfidato Humphrey alla convention, ma dopo il discorso della vittoria in California, il 5 giugno, il terrorista palestinese Sirhan Sirhan sparò a Bob Kennedy, che morì 26 ore dopo.
Gli storici dibattono tuttora sulle reali possibilità di Kennedy di ottenere la nomination: anche se avesse vinto, come probabile, le primarie di New York avrebbe comunque dovuto convincere i numerosi delegati schierati con il vicepresidente a passare dalla sua parte.
Alla convention i delegati di Kennedy non riuscirono a unirsi attorno a un altro candidato: alcuni scelsero McCarthy, altri il Senatore George McGovern, supporter di Kennedy. In una Chicago messa a ferro e fuoco dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, Humphrey vinse facilmente al primo voto e scelse Edmund Muskie come vice.


In casa Repubblicana l'ex vicepresidente Richard Nixon fu da subito il front-runner. In un primo momento il Governatore del Michigan George Romney provò a contrastarlo, forte di sondaggi incoraggianti, ma una sua gaffe sulla guerra in Vietnam lo mise fuori gioco (inizialmente osteggiava la guerra, ma poi cambiò idea dicendo in un'intervista "i militari e i diplomatici mi hanno fatto il lavaggio del cervello").
Uscito di scena Romney, fu la volta del Governatore di New York Nelson Rockefeller, leader dell'ala liberal del GOP, ma la sconfitta in Massachusetts lo fece desistere. Infine fu la volta del Governatore della California Ronald Reagan, che rimase in corsa fino alla fine e, vincendo nel suo stato d'elezione, ottenne la maggioranza nel voto popolare.
Tuttavia alla convention di Miami Rockefeller e Reagan non riuscirono a unire le loro forze e Nixon vinse al primo voto scegliendo Spiro Agnew come vice.


Alle elezioni di novembre si presentò anche il Governatore segregazionista dell'Alabama George Wallace, che dopo aver provato a candidarsi per i Democratici era uscito dal partito fondando l'American Independent Party.
Nixon condusse una campagna elettorale basata sullo slogan "Law and order", facendo appello al sentimento di insicurezza presente in molti americani a causa delle violenze nelle grandi città. La campagna elettorale del Repubblicano fu mediaticamente accurata, mentre quella di Humphrey fu più irruenta anche a causa dello svantaggio nei sondaggi.
A ottobre, Humphrey provò a giocare il tutto per tutto prendendo le distanze da Johnson e chiedendo di fermare la guerra in Vietnam. Johnson ordinò uno stop ai bombardamenti e questo portò Humphrey a raggiungere nei sondaggi Nixon, che aveva provato a sfruttare a suo vantaggio i rapporti diplomatici con la presidente sud-vietnamita Thieu.

L'esito delle elezioni del 5 novembre fu incerto fino alla mattina successiva, ma Nixon riuscì a vincere, sia pure di pochissimi punti, California, Ohio e Illinois, assicurandosi un vantaggio di 512.000 voti, con 32 stati e 301 Grandi elettori, contro i 13 stati più DC e i 191 Grandi Elettori di Humphrey.
Dopo queste elezioni, nel Partito Democratico si avviò la riforma del sistema di selezione dei candidati presidenziali. I sostenitori di Kennedy e McCarthy presero le redini del partito avviando un cambiamento che, nel 1972, avrebbe reso il processo molto più democratico con primarie in tutti gli stati, togliendo potere ai pezzi grossi del DNC.